martedì 26 febbraio 2019

«Del perfetto scrittore-lettore. Ovvero di Massimo Onofri nel suo "Fughe e rincorse"»

«Che secolo è stato, in prosa, il Novecento nazionale?». Se lo chiede Massimo Onofri introducendo il lettore al suo «Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento» (Inschibboleth, dicembre 2018). Attraverso i saggi che lo compongono, distribuiti lungo due sezioni («Saggi» la prima, «Paesaggi» la seconda, che starebbero - in una proporzione molto ideale e poco matematica - a «Persone» e «Idee generali» del Baldacci maestro dello stesso Onofri), l'autore fornisce una risposta in forma di panoramica sul romanzo novecentesco, passando in rassegna gli scrittori che lo hanno problematizzato, quindi quelli che lo hanno degradato o, col proposito di nobilitarlo, l'hanno trasformato in un genere populista e dall'ethos piccolo-borghese. E lo fa individuandone i rapporti pure con il genere elzeviristico e con la critica letteraria tout court (anticipo fin d'ora che mi sembra rivesta un particolare senso il saggio dedicato ad Elsa Morante, poiché vi si menziona la morte del «romanzo-romanzo di vocazione epica e popolare» attraverso «La storia» del 1974, per non dire del carattere straordinario di una scrittrice che compone romanzi diversissimi tra loro, oltre ad essere ella stessa una sorta di monade in nulla somigliante ai suoi colleghi del Novecento). Conclude il libro un'Appendice dedicata al Renato Guttuso non solo pittore, ma pure scrittore dall'indole inguaribilmente comunista: in lui - sottolinea Onofri - ideologia e arte (o letteratura) fanno tutt'uno.

Mi si conceda un'inserzione quasi autobiografica

Salvatrice Forgia Abela (mia madre)
nel costume di Orgosolo
(dove insegnava intorno
alla seconda metà degli anni '50 del '900)
L'etrusco estinto autore di «Fughe e rincorse», com'egli stesso ama definirsi, ha una seconda patria: la Sardegna, in cui ormai vive quasi stabilmente e insegna da anni. E proprio dall'isola, di cui ha già ampiamente scritto nel suo pregevole «Passaggio in Sardegna», egli parte con un calembour: «Sardinia Deledda est?». Prima richiama la critica negativa, soprattutto di Giuseppe Dessì, sulla presunta incapacità o sulla mancata volontà della scrittrice di crearsi un linguaggio che apparisse letterariamente accettabile. Poi propone di considerare l'incidenza che i codici agro-pastorali hanno avuto sulla produzione della scrittrice, ma attraverso il filtro della matrice femminile che ne ha segnato la ricezione. In altri termini, la prospettiva di genere è, per Onofri, ciò che allontanerebbe la Deledda dal verghismo e dal dannunzianesimo dai quali, pure, avrebbe preso le mosse, per poi distaccarsene del tutto ed immergersi nello stesso universo contemplato tanto dall'uno quanto dall'altro, ma - ancora una volta - con gli occhi della donna: quella condannata dagli schemi socio-culturali a rimanere legata alla propria essenza biologica, nel cui alveo il piacere, allorché venga scoperto, risulta però integrato in un sistema di totem e tabù; va dunque rimosso, taciuto, cancellato, poiché manifestazione malefica da condannare.

«Corrado Alvaro distopico: "L'uomo è forte"» è il secondo saggio ed è dedicato a un romanzo distopico di Alvaro, apparso sette anni prima de «La fattoria degli animali» e nove anni prima di «1984», i due celeberrimi romanzi distopici di George Orwell (a me molto cari, se penso che «Est ed Ovest negli anni cinquanta-settanta del Novecento» fu la traccia che a me - classicista - fu imposta all'orale del Concorso a Cattedra). Onofri considera anche i romanzi con cui quello alvariano potrebbe avere rapporti, tra cui «Il mondo nuovo» di Aldous Huxley. In esso «si celebra e stigmatizza il dominio della tecnica», mentre «in Alvaro siamo alla denuncia lucida della tirannia dell'ideologia». Ma (anche qui ecco qualcosa che mi sta particolarmente a cuore) il nostro critico sottolinea anche il rapporto tra il romanzo alvariano e quello di Evgenij Zamjatin «Noi» (del 1921), in cui si ipotizza l'esistenza di uno Stato Unico. Naturalmente non si può non pensare alla collettivizzazione voluta dal regime sovietico. Ma c'è di più: nel 1942 viene proiettato nei cinema «Noi vivi/Addio Kira», celeberrimo film con Alida Valli e Rossano Brazzi, adattamento cinematografico di «We the Living» di Ayn Rand (1936). Alvaro partecipò alla stesura della sceneggiatura. Il film è ambientato nella rigida e umanamente monocromatica Russia sovietica (di quell'appiattente monocromia sociale, ideologica, pure esistenziale, imposta dal regime), ma è sorprendente la sua somiglianza con l'Italia mussoliniana. La mano di Alvaro si percepisce chiaramente: essa restituisce un'atmosfera molto simile a quella del romanzo «L'uomo è forte». E che cosa accomuna questi prodotti distopici e il film? Semplicemente - dice Onofri - «la malattia diffusa della paura».

Auguste Rodin
«Il Poeta e la sirena»
1909, Parigi, Musée Rodin
Foto Herve Lewandowskij
«Mario Soldati o del viaggiare» è il terzo saggio della prima sezione. Lascio per un momento la parola all'autore per quello che mi sembra un passo emblematico: «Ma torniamo alla definizione di Bassani: non c'è forse modo migliore di questo - e cioè la registrazione di un'ostinata persistenza del narratore nell'altrove - per rappresentarsi quel balzo in avanti - quel controbalzo di stile - cui Soldati si costringe ogni volta, precipitandosi, prensile e velocissimo, nella naturalezza solo apparente della sua prosa, che è, invece, come il risultato d'un procurato allarme: per un sussulto, per un turbamento, per un'inquietudine, che sono all'origine di quel movimento di scrittura, ma che, in quel movimento, vengono come dissimulati. Sta anche qui, in questo procurato allarme, se vogliamo, una delle motivazioni, non so se la più profonda, del più volte sottolineato istrionismo dello scrittore: e che, appunto, indirizza la sua prosa verso una parola tutta recitata, ma recitata perché di valore innanzitutto esorcistico». Non vorrei cadere in un'immagine retorica e inflazionata, ma corro volentieri il rischio, se dico che tali righe sono la prova della scarnificazione cui Onofri sottopone la materia trattata, servendosi della parola come di un bisturi. In questo saggio, peraltro, si respira la stessa atmosfera di «Passaggio in Sardegna» e di «Passaggio in Sicilia» dello stesso Onofri: sembra dominarvi quella cura del dettaglio veritiero, cui Soldati si votava quando narrava gli episodi e le tappe della propria permanenza in Sardegna. Massimo ricorda che Bassani scrisse un saggio dal titolo «Mario Soldati o dell'essere altrove», in cui alludeva alle fughe e alle rincorse (ecco anche l'origine del titolo del libro di Onofri) che lo stesso Soldati avrebbe compiuto. A me torna in mente il suo «La verità sul caso Motta», in cui mi pare che Soldati si sia dato a una fuga ideale e definitiva addirittura in un mondo altro, attraverso il personaggio di quel Motta che un giorno sparisce e comincia a vivere nel mondo sottomarino delle sirene, non diversamente dal professore di latino e greco del tomasiano racconto «Lighea».

Alberto Sordi ne «I vitelloni» (regia di Federico Fellini, 1953)
Ancora di Soldati parla Massimo nel saggio «Una finestra sulla città delle donne: appunti su Soldati, Fellini e altro», sottolineando il fatto che per il vulcanico Mario il miglior film di Fellini fu «8 e mezzo»: il regista, infatti. vi si manifestava fedele alla propria ispirazione, cioè quella di «essere cinema» senza mediazioni esplicative o razionali. Onofri si profonde poi nell'analisi del vitellonismo italiano: ne individua le origini dongiovannesche, ma - ad onta del collezionismo di donne di qualsiasi età e condizione, quale risulta giocosamente simboleggiato dal catalogo dapontian-mozartiano letto da Leporello a Donna Anna, vittima anch'ella della seduzione proprio di don Giovanni - il vitellonismo appare più la condizione di chi non solo sceglie di vivere in modo godereccio la propria vita, ma anche tutte le vite possibili in una simultaneità che - se non reale - appartiene comunque allo spirito. Proprio di Soldati scrive Massimo: «Ha una moglie, Marion Rieckelman, che ha sposato nel 1931, e tre figli, Frank, Ralph e Barbara, l'ultima nata nel 1934. Ma si rapporta a sé, al proprio mondo sentimentale, come se non avesse avuto mai vincoli [...] La famiglia, quella che vivrà come la sua unica e vera, la conoscerà soltanto diversi anni dopo: con Giuliana Kellermann, Jucci, che conosce nel 1941, ed i figli Volfango, Michele e Giovanni. [...] No, nel 1940 Soldati non pare mostrare i segni d'un complesso tipico di tanti padri italiani, che chiamerei il complesso d'Enea; non avverte lo schiacciante peso delle responsabilità che, in questo nostro Paese, ci lasciamo sovente imporre dai Penati». E del resto il vitellonismo è poi identificato da Massimo con una forma di puerilismo mai risolto e permeante di sé il mondo di Fellini a partire dal suo celebre film: coincide con lo sperpero di vita e di tempo cui si votano quanti - mai cresciuti realmente - sono impermeabili appunto al senso di responsabilità. E quel già ricordato don Giovanni privo del catalogo è del resto il protagonista de «La finestra» di Soldati. La lettura di Massimo giunge a una conclusione: Soldati ebbe paura di incontrare "personalmente" (cioè intimamente) Fellini, quasi come talvolta si teme di guardare il proprio viso allo specchio. Forse poiché sentiva che in quel vitellonismo felliniano egli era immerso fino al collo.

Carlo Cassola con la figlia Barbara
Seguono il saggio, bellissimo e già citato (ragione per cui non mi vi soffermo), su Elsa Morante e «Un romanzo di Carlo Cassola». «Io sono un ingenuo, e mi accorgo tardi delle cose, ma comincio finalmente a rendermi conto del mio isolamento. Che è dovuto solo a questo: che io continuo a credere nella poesia, e gli altri non ci credono più. Ma lasciamo perdere»: Carlo Cassola in una lettera a Italo Calvino del 18 marzo 1964 delinea così il rapporto, appunto, tra isolamento e poesia che - dice Massimo Onofri - gli avanguardisti non potevano comprendere. E che pure lo stesso Calvino, in fondo, non avrebbe compreso del tutto, se è vero che, nello stesso anno, stava tessendo contatti con il Gruppo 63 e avrebbe presto fatto approdo «all'idea di letteratura come giuoco combinatorio» (quell'idea, cioè , di una letteratura cervellotica, artificiale, meccanicistica, che chi sta vergando queste righe detesta al punto di non avere più piacere alcuno nella lettura di alcuni libri di Calvino, quali «Il castello dei destini incrociati», indicato non a caso da Massimo come momento topico nello sviluppo, da parte di Calvino, di quella stessa idea). Sicché non ci meraviglia quanto Onofri rileva successivamente, allorché cita le parole di Cassola sull'immobilità solo apparente dei personaggi, semmai condizione di dinamismo sostanziale sebbene non plateale, contenente già in sé ogni sviluppo possibile, un po' come l'entelechia è aristotelicamente la condizione vitale contenente in sé già tutto lo sviluppo successivo del soggetto, fino al limite naturale. E se, usando un procedere - ahimè - calviniano, «isolamento» sta a «immobilità», «poesia» sta allora a «dinamismo», sebbene tale proporzione sfuggisse evidentemente proprio agli avanguardisti, presi com'erano più dal gusto della scomposizione e della ricomposizione, che da quello della relazione profonda fra le parti prima smontate e poi a loro piacimento rimontate.

Garboli
Ed ecco ancora i saggi «Qualcosa su Garboli» e «Qualcosa su Baldacci». Nel primo Onofri tesse una riflessione partendo dal fatto che Garboli stesso scrisse d'essere interessato, più che ai libri, alle persone. E a queste ultime in modo molto personale: «forse non m'interessavano le persone, quanto il mistero ch'esse detengono, sole al mondo: il rapporto fra l'essere e il fare, o, che che è lo stesso, tra il non essere e il fare. Il rapporto tra le persone e le loro "opere", tra le persone e il loro equivalente oggettivo». E così la critica diventava per lui la strategia per cogliere proprio tale rapporto, partendo però dal presupposto che la letteratura è «concepita come assenza di qualcosa, come negazione di sé stessa». Nel secondo saggio appena citato Massimo muove dalla considerazione che Baldacci spiegò l'immensa fortuna dell'Ottocento come secolo sì della letteratura, ma anche della musica e dei quadri (e non è un caso che il critico abbia scritto pure di pittura e di libretti d'opera). E sono proprio questi ultimi i saggi in cui mi pare che Onofri tributi un omaggio personalissimo e denso di affettuosa ammirazione ai due - pur così diversi - critici. Non a caso sono tra i saggi più belli dell'intero libro: sarebbe un delitto cercare di sintetizzarne qui il contenuto, per cui rimando senz'altro a una meditata lettura integrale. Si conclude la prima sezione di «Fughe e rincorse».

In quanto alla seconda, non passerò dettagliatamente in rassegna tutti i saggi in essa contenuti, poiché è la sezione che preferisco: quella che si legge con maestoso divertimento per l'intelletto. E dunque sarà bene che il lettore la scopra da sé nei particolari anche minimi. Ma qualcosa dirò ugualmente. Tra un Natoli incolpevole cantore di un sistema di valori che sarà un giorno adottato dalla mafia, un genere difficilmente classificabile (frammento, capitolo, prosa d'arte?) quale l'elzeviro (ma spero che Onofri si renda conto del fatto che, se oggi esiste un magnifico interprete di un genere tanto poliedrico, quello è lui stesso. E tale appare peraltro senza cadere mai neanche nel più larvato calligrafismo, che pure rappresenta il limite e, in certi casi, l'esito degenerato di tale tipologia di scrittura), critici che traducono «verbalmente un valore pittorico», uno sciasciano «Affaire Moro» arditamente reinterpretato come «apologo sulla critica letteraria» (perché «la stilistica, ormai completamente risolta in critica e filologia della vita, può diventare ANCHE un modo dell'ontologia»), emerge innanzitutto l'Onofri che letteralmente «alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue» il Gruppo 63. O quantomeno i risultati cui pervennero gli avanguardisti che lo animarono, in un saggio dal significativo titolo: «Il Gruppo 63: un equivoco italiano». Ed ecco che tali signori, nell'epoca del trionfante neocapitalismo, cioè quando tutto sembrava destinato a soccombere sotto i colpi inferti da una livellante omologazione, si proponevano come gli scardinatori delle convenzioni, a partire da quelle linguistiche, finendo poi per chiudersi nella torre d'avorio (olezzante di manieristica supponenza) di una ribellione a tutti i costi agìta più di per sé, che come concreto atto palingenetico. Il tanto discusso Sanguineti (di cui pure io ebbi modo di apprezzare certe traduzioni di testi classici, talmente pedanti da rispettare pure l'ordo verborum dei testi originali, come accadde per la «Fedra» - originariamente «Ippolito coronato» - di Euripide. E le apprezzavo poiché erano in grado di restituire la natura altra dell'antico rispetto al contemporaneo) finisce così per ripiegare su un marxismo di maniera, che egli usa quale spada che non riconosce come «spuntata e miseramente arrugginita». Ma Onofri sottolinea pure che qualcuno fece in tempo a liberarsi dalla zavorra avanguardistica: Eco, per esempio, che fu acuto indagatore di ciò che il mercato richiedeva e che cominciò a prodursi, conseguentemente, in un genere in cui il romanzo d'appendice di tradizione si combinava con un linguaggio che poteva facilmente diventare di dominio internazionale, attraverso le traduzioni, ben sapendo - come del resto Calvino aveva compreso perfettamente - che bisognava scrivere in una lingua facilmente traducibile per assicurarsi lettori in tutto il mondo. Perché in fondo - dice Onofri - gli avanguardisti del Gruppo 63 «tutti insieme non raggiungono il valore storico e letterario del "Giardino dei Finzi-Contini" di quel Bassani che hanno tanto disprezzato».

Salvatore Niffoi
Il divertimento, per il mio intelletto, è cresciuto a dismisura, vedendo profilarsi sulla carta di Inschibboleth le sferzate onofriane - inferte senza pietà, sebbene talvolta anche col sorriso sulle labbra - contro il giallo italiano e Camilleri in particolare, sebbene in «Fughe e rincorse» Massimo sia stato, in fondo, piuttosto misericordioso con lo pseudo-giallista empedoclino che a lui si riferì ne «Il nipote del Negus» chiamandolo, per cavalleresca rappresaglia tra dei dell'intelletto, «Minimo Onofri» (ma - sia chiaro - per me Camilleri rimane un manovale dell'intelletto, peraltro ignaro di ciò che l'intelletto sia, un po' come il muratore maneggia materiali dei quali sconosce la composizione chimica). E le sferzate sono rivolte anche contro certi mostri sacri (Pasolini, ma - attenzione - sembrano rivolte più a coloro che ne hanno inconsapevolmente determinato il successo soprattutto post mortem: quella morte che forse appariva loro il coronamento di una vita giocata sullo scandalo ed in tal senso "dannunziana", sebbene in termini antipodicamente ideologici a quella del vate stesso). Ma le staffilate più gustose riguardano un Busi che (a forza di ritenersi il più grande scrittore italiano vivente) ha convinto un manipolo di acritici consumatori di letteratura a credergli, ancora quel pasdaran dell'azione comunista di forza - comicissimo, suo malgrado, e altrettanto comico ci appare l'irresistibile Onofri nel tratteggiarlo - di Erri De Luca che risulta pure il maestro dell'«enfatizzazione del banale», poi Salvatore Niffoi sorpreso a prodursi in un dialetto barbaricino che probabilmente non viene parlato - come lo parlava lui una domenica mattina davanti a un folto pubblico - in alcun paesucolo della Barbagia (ed il passaggio dal «purosangue imponente e nervoso nel piccolo, grazioso e dolciastro negozio di porcellane della narrativa italiana di oggi», immagine con cui lo scrittore sardo viene quasi epicamente evocato in un articolo di Giovanni Pacchiano - nomen omen? - al «cavallo bianco che galoppa libero tra spume in un celeberrimo spot del bagnoschiuma Vidal», immagine che Onofri oppone a quella verbalmente disegnata da Pacchiano, appare esilarante). Per non dire poi dell'ultimo saggio, dedicato a Milena Agus, da cui viene fuori quella verve critica non platealmente strombazzata, non caricata come una mitragliatrice, scevra di ricercati e insistiti effetti speciali, ma semplice, naturale, essenziale, limpida, leggera, accattivante. E nondimeno efficacemente irresistibile. Giusto per completezza espositiva (ma la disamina di un tale saggio meriterebbe ben altro spazio e più profonda riflessione) cito il saggio in Appendice su Guttuso: Massimo dimostra che si può ancora penetrare nell'universo di un artista senza, necessariamente, fare autobiografia e risparmiando al lettore, per esempio alla fine di ogni capitolo, la nota personale, come spesso oggi si vede fare (quasi si volesse, per forza, trarre da tutto una morale che, tuttavia, risulta autoreferenziale).

Alla pagina 166 Massimo riferisce alcune parole di Garboli: «Lo scrittore-scrittore lancia le sue parole nello spazio, e queste parole cadono in un luogo sconosciuto. Lo scrittore-lettore va a prendere quelle parole e le riporta a casa, come Vespero le capre, facendole riappartenere al mondo che conosciamo». E allora, «se le stesse stanno così», per usare una formula cara a Onofri che la usa spesso nel suo procedere argomentativo (con l'unica variante di «Se le cose possono stare in questi termini» che registro alla pagina 182), forse come tributo a Sergio Endrigo (o magari ad Alessandro Fersen o ancora al magnifico Luis Enriquez Bacalov), mi sembra che Massimo Onofri incarni il sublime paradigma dello scrittore-lettore perfetto, poiché nessuno come lui sa riportare a casa - cioè all'ordine - le parole disseminate nel caos del pensabile.

Ivo Flavio Abela