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| Frederic Leighton, Vestale |
Fra le sei funzioni del linguaggio individuate da Roman Jakobson, ve n'è una vituperata dal consesso dei poeti d'oggidì. Costoro s'autoesaltano compiacendosi della produzione di pseudoliriche da cui promana ora la sconcertante ovvietà di intenti e di contenuti, ora la tessitura debole e sfilacciata (tanto sul piano sintattico, quanto – qualora venga tentata una segmentazione – su quello strofico), ora gli involontariamente ridicoli portamenti ieratici (quasi il poetucolo produttore fosse il sommo sacerdote del culto di Euterpe, Erato e Calliope), ora quelli sdolcinatamente affettati – volontari stavolta – da diva del cinema muto (in verità i portamenti ieratici e affettati sembrerebbero maggiormente diffusi nella poesia prodotta da poetesse un po' sfrante), ora certo ermetismo che rende le frasettine di cui le poesiole si "sostanziano" nulla più che nugae (e nugelle) adolescenziali, tanto idiote da potere fare perdere clienti anche alla casa produttrice dei celebri Baci, qualora essa le usasse per addolcire ulteriormente i propri fragranti cioccolatini (non è pubblicità occulta e mi si perdoni il voluto martellamento degli 'ora').
Ci si sta ovviamente riferendo alla funzione poetica del linguaggio, espressione in cui 'poetico' va considerato nell'accezione etimologica greca che istituisce un vincolo di parentela fra tale aggettivo e il verbo poiéo ('faccio' nel senso di 'creo'). Col linguaggio del resto (lo insegna già Louis Trolle Hjelmslev) si può dire tutto, anche ciò che non è. Ma nel momento in cui lo si dice, gli si conferisce statuto ontologico (De Saussure docet in questo caso anche più di Hjelmslev: la parola informa di sé il pensabile, lo ritaglia, gli dà forma e consistenza. Ma pensabile è appunto anche ciò che non è). Perché il linguaggio è onniformativo. Ma 'sti poetucoli d'oggi, pur maneggiando uno strumento talmente plastico, non sanno né formare né creare più un cappero. Poeti più stinti che estinti.
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| Greta Garbo nelle vesti di Anna Karenina |
Un giorno m'imbatto nel profilo facebookiano di Francesco Tontoli, per me emerito sconosciuto. Vedo che nella sua lista di amici (o supposti tali o sedicenti tali) figurano gli immancabili poeti (su FaceBook i poeti pullulano in quantità conigliesche). Uh! C'è pure una mia vecchia conoscenza: una poetessa sfatta un po' ignorantella, ma convinta di essere una virginea e inviolabile custode del sacro fuoco della poesia. M'incuriosisco (se 'sto Tontoli ha contatti con 'sta tizia magari è un poetucolo pure lui. Facciamoci quattro risate). Leggo il suo primo testo. Non male. Avrà avuto un colpo di culo e gli è venuto bene. Leggo il secondo. Anche questo interessante (azz!). Leggo il terzo e così via. Tutti degni di attenzione, ma soprattutto tutti denuncianti un labor limae che sfiora il trobadorico. Sono testi scritti da uno che conosce benissimo il potere della parola. E dunque da uno che la usa realizzandone ogni possibilità: la scarnifica fin nei suoi apparentemente irrilevanti valori fonici, la destruttura e la ristruttura, giunge a violentarla (ma la parola dimostra di gradire lo stupro). E fa tutto ciò con maestria impressionante. Insomma scopro un Poeta (notare la P maiuscola, prego) che crede profondamente nella poesia non sottovalutandone gli aspetti tecnici. Lo rivela già l'ultra senso che per Tontoli emana dalla poesia, giocato sulla falsariga dell'ultrasuono:
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| Silvano Drei, Notturno con pioggia |
un'onda non udibile si infrange
arriva alle soglie degli scogli sentinelle
rovescia cose cuori cianfrusaglie
dimore interiori impeccabili e ordinate
scioglie le statue di sale chiamandole lacrime.
.
Solo alcune volte non sempre
ma per quelle volte basta
smetti di leggere e già sei un altro
rifai le stesse cose con altri gesti
riconsideri la luce nelle foglie che precipitano
la linfa degli alberi che ancora vi circola
e allora ti stupisce il silenzio di una strada.
Dalle grandi mani nelle nuvole
che seminano pioggia, e controvento
si stracciano in gesti di benedizione,
l'autunno fa cadere la sua estrema unzione.
.
Libera foglie contro i soffitti del cielo
e si avvia verso stagioni di digiuni di luce.
Ma ancora offre particelle in sospensione
che danzano luminose viaggiando e divagando.
.
Essere in quelle cose, morirci dentro
rimanere accanto all'altro remigante
mentre si passa su uno schermo trafitti al centro
dal raggio che ci coglie e ci sorprende.
.
Illuminati almeno dal tenero mistero
di un peccato semplice: esistere davvero.
Perfetta la quartina iniziale (in quanto perfetta è la fusione fra contenuto e forma – con 'forma' intendo lessico e distribuzione delle parole nei quattro versi). La terza quartina denuncia una sapiente arte della citazione (il pensiero corre a Quasimodo). Intensa l'immagine del peccato di esistere che non è però imperdonabile o mortale. Tenero e semplice contribuiscono a stemperare infatti il contesto in cui quel peccato è nominato. Se poi la filologia non è un'opinione, quell'esistere davvero posto nel finale, quasi fosse il culmine di una climax (e del resto introdotto dai due punti esplicativi), è la chiave di lettura di tutto il testo. Fin d'ora va sottolineato che Tontoli riduce l'uso dei segni di punteggiatura (nel senso che ne fa un uso parco), preferendo una sorta di flusso continuo. Tuttavia non rinuncia al punto che è alquanto ricorrente, usato però spesso come "paletto": indicatore testuale di limite (lo si vedrà dai testi poetici riportati più avanti).
La sapiente rifunzionalizzazione della parola (che è implicitamente rifunzionalizzazione concettuale) domina ancora in Dura crisi: in epoca di crollo delle finanze, quando tutto viene passato al microscopio del calcolo, quando anche il piacere viene ridotto a un atto meccanico … pure la vagina (quell'emottisi del quarto verso le è pertinente?) viene scrutata freddamente attraverso un imbuto (un vaginoscopio? Uno speculum?).
Dura crisi, quasi porno
poi ci torno, ma prima
prima quasi in anteprima
tornerei all'emottisi
di quando divoravamo
tutte quelle ostriche
e lo champagne scorreva
a fiumi sul nostro piacere
ah, che piacere che era!
ricorderai che spostavamo
le montagne su quel letto
tutto era perfetto.
In cima alle tue tette
ci avevo messo perfino la bandiera.
Poi capitò quel primo scivolone in borsa
e in affanno per la corsa della vita
bruciammo quel falò di vacuità.
Dico che anche l'amore ora
è sottotitolato e senza felicità.
Adesso scruto nell’imbuto
ogni mattina questo tristo sesso
calcolando il differenziale
degli ex lazzi e frizzi
tra spread e spritzi.
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| Edward Munch, Il bacio |
Eravamo ti giuro allo specchio
posso dirlo è successo per caso
abbiamo attraversato l'istante
ci siamo davvero passati davanti
.
devo aver visto che ti avvicinavi
eri dietro di me sentivo il tuo sguardo
posarsi caldo sulle mie spalle
.
mi hai abbracciato chiudendo gli occhi
così mi hai stretto anche con gli occhi
e io ti guardavo teneramente sorridere
come se, lo sai tu sola come
.
mi avevi negli occhi
io non lo so come
e dentro lo specchio
io tenevo noi.
In una dimensione fatta di umano narcisismo (creata da quel vedere il riflesso del proprio amore sullo specchio) e di un piacevolmente torbido voyeurismo (dato dallo spiare il proprio amore sullo specchio), s'incastona l'immagine degli occhi di lei che racchiudono lui chiudendosi e annullando, in quella chiusura, ogni limite fra spazio interno e spazio esterno. Il lettore potrebbe fantasticare oltre nell'ermeneusi del testo. Perché in fondo quel lui richiuso dagli occhi di lei sembra una metafora (resa velatissima mediante un potente atto di sublimazione verbo-iconica) di un atto sessuale preludente a un concepimento. Ma non è finita. Si legga il testo che segue:
I
ci sono state altre vite mie
immaginate sempre in grandi assenze
e quando le riguardo tutte in fila
le volte che mi soffermo a leggerle
vi trovo manifesti di intenzioni e confidenze
.
devo essermi laureato varie volte in una
diventato cercatore d'oro o ferroviere
ho anche scalpellato marmo nelle cave
ho seppellito dei corpi e delle asce
e poi sono stato giardiniere del re
specializzato naturalmente in rose
.
in tutti questi e in altri talenti e gesti
in tutte le altre pose a pensatore
a uomo d'azione che si spende in cause
vinte o soprattutto perse non importa
.
in tutte quelle cose c'eri
mi correvi dentro
come proprio il significato stesso
dei significati.
.
II
.
la lingua eri che si apre il varco tra i denti
e percorre la fessura della bocca non ancora schiusa
così da definire l'interna percezione
di come siamo ottusi nel crederci morti
di come siamo muti nel parlare attraverso i sogni
fino a quando articoliamo con dolore le parole
.
la mano eri quella di un altro io in un altro dove
che non si fa e non si disfa ma tratteggia
disegna strade case interni alberi
e possibilità di essere lì trasognati
.
essere in quella donna che passeggia sola
nel finanziere che esce indaffarato e indugia
eri nel vedere la foglia impertinente
appiccicata all'abito autunnale
in quel bambino che fatica a tenere il passo
quel passo dell'adulto che non lo rassicura
.
III
.
eri tu come un me virato ad altro senso
che percorre un'ulteriore strada inaccessibile
.
e in un amore eri
(in un amore in fondo si è)
perfino nel suo odore
in un amore pensato come mai nato
.
insomma eri in tutte le somme e le divisioni
che si fanno alle ascisse degli incroci
in una città vagamente ortogonale
coi semafori sempre gialli alle ordinate
dove traccheggiano sui marciapiedi
musicisti spacciatori e tirapiedi
.
IV
.
avendo avuto una vita che non vissi
nemmeno in un passato straremoto
semplicemente in quel passato trafugato
mi divenne essa stessa un accidente
e neppure un futuro benpensato avevo in mente
.
(un tempo incosato curvo su se stesso non lo possedevo)
.
avevo dunque un presente complesso
talmente ingarbugliato e imperfetto
talmente condizionato e tale che
tutti gli altri tempi erano ridotti a un minimo
di pura e incausata sussistenza
.
ero stato figlio di un non ricordo qual maestro
e genitore disattento di altre domande evase
che si erano sparse per l'universo mondo
creando altri universi per corrispondenza
e solo poco diversamente orientati
diretti verso altri mondi controversi
.
e chiamavamo tutta questa cosa amore
come chi voglia risolvere una definizione
nel puro giocoforza di cosarla
.
ma seppure fossi stato dotato di malizia
non sarei riuscito a richiamarla in altro modo
mentre altri pur non chiamandola
la sentivano arrivare e ne venivano ghermiti
alcuni nel sonno altri nel loro gioco di sempre
la vita di giorno in giorno su ogni giorno avvitata
.
come sopra a un sovraesposto pudore
.
V
.
eccomi al dolore
.
si direbbe quindi quello di vivere
ma non è vero
.
fa male quello di essere
ed è un dolore ben più articolato
con diversi sostantivi
aggettivato e supposto come animato
.
un dolore luminoso fuggito dal plesso solare
con quei raggi disposti a filo spinato
costruito intorno a un edificio senza risposte
senza forma e con le finestre murate
.
e nel dolore tu eri
perfino lì dentro
e non eri tu il dolore
ma appunto di nuovo
il suo strano significato.
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| Tamara De Lempicka, Dormeuse (1931-1932) |
Grattatempi su carta da musica
partiture fatte di
code di rumori
atte a
penetrare chiocciole
e tinnire di
martelletti alieni
arrotare
di coltelli che affondano
nelle zigrinature
delle anse
delle calotte craniche
perniciose creature sonore
stridono sui metallofoni
battono
sulle
pelli
tese
dei cilindri
campanule appese
sfioriscono
orecchianti
e annusanti
sordi ciclopi
nelle loro ferramenta forgiano metallo-manie
clangori
assai urtanti
orde di note attonite
jingles acufenici
di venditori anonimi
spacciano
ridacchiano
morsicchiano
i padiglioni
auri-neuricolari
ronzano
fremono
ardono di suoni
esafoni tetrafoni pentafoni
(in pantofole invernali)
registrano il rumore del fiocco di neve
quando si posa sull'asfalto
"Sembra stia arrivando letale il Natale..."
ripetono acciuffando
e triturando il silenzio
impacchettando le risonanze squassate
sulle pause degli incroci
(è presumibile che le onde sonore rispettino i semafori).
Giù dagli scivoli le lucivetrine ammiccano
l'occhio
si sfinisce
si scolorisce
si spazientisce
infine lacrima una poltiglia
di bitume e sale
al tatto
si direbbe che le tasche
siano vuote (....)
quanto i cervelli stanchi di indugiare sul pallido
natale
tale e quale e pure omonimo
acronimo
eteronimo
come minimo
a quello dell'altr'anno
e dell'altro ancora.
Ci si tocca per non dimenticarselo
per non scordare che sia pur essendo gelido
è pur sempre un epifanico
gradevole strumento
di obliterazione di carezze.
Vivi e rinati eccoci lucidi e imballati
con il sorriso che valuta lo spread differenziale.
Che aggiungere? Nulla. Anzi … solo che le caste esistono anche nella Letteratura e nella Poesia. E Tontoli (purtroppo) non ne fa parte.
Ivo Flavio Abela







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