mercoledì 25 gennaio 2012

Questa sì che è Poesia!

Frederic Leighton, Vestale
Fra le sei funzioni del linguaggio individuate da Roman Jakobson, ve n'è una vituperata dal consesso dei poeti d'oggidì. Costoro s'autoesaltano compiacendosi della produzione di pseudoliriche da cui promana ora la sconcertante ovvietà di intenti e di contenuti, ora la tessitura debole e sfilacciata (tanto sul piano sintattico, quanto – qualora venga tentata una segmentazione – su quello strofico), ora gli involontariamente ridicoli portamenti ieratici (quasi il poetucolo produttore fosse il sommo sacerdote del culto di Euterpe, Erato e Calliope), ora quelli sdolcinatamente affettati – volontari stavolta – da diva del cinema muto (in verità i portamenti ieratici e affettati sembrerebbero maggiormente diffusi nella poesia prodotta da poetesse un po' sfrante), ora certo ermetismo che rende le frasettine di cui le poesiole si "sostanziano" nulla più che nugae (e nugelle) adolescenziali, tanto idiote da potere fare perdere clienti anche alla casa produttrice dei celebri Baci, qualora essa le usasse per addolcire ulteriormente i propri fragranti cioccolatini (non è pubblicità occulta e mi si perdoni il voluto martellamento degli 'ora').

Greta Garbo nelle vesti di Anna Karenina
Ci si sta ovviamente riferendo alla funzione poetica del linguaggio, espressione in cui 'poetico' va considerato nell'accezione etimologica greca che istituisce un vincolo di parentela fra tale aggettivo e il verbo poiéo ('faccio' nel senso di 'creo'). Col linguaggio del resto (lo insegna già Louis Trolle Hjelmslev) si può dire tutto, anche ciò che non è. Ma nel momento in cui lo si dice, gli si conferisce statuto ontologico (De Saussure docet in questo caso anche più di Hjelmslev: la parola informa di sé il pensabile, lo ritaglia, gli dà forma e consistenza. Ma pensabile è appunto anche ciò che non è). Perché il linguaggio è onniformativo. Ma 'sti poetucoli d'oggi, pur maneggiando uno strumento talmente plastico, non sanno né formare né creare più un cappero. Poeti più stinti che estinti.

Un giorno m'imbatto nel profilo facebookiano di Francesco Tontoli, per me emerito sconosciuto. Vedo che nella sua lista di amici (o supposti tali o sedicenti tali) figurano gli immancabili poeti (su FaceBook i poeti pullulano in quantità conigliesche). Uh! C'è pure una mia vecchia conoscenza: una poetessa sfatta un po' ignorantella, ma convinta di essere una virginea e inviolabile custode del sacro fuoco della poesia. M'incuriosisco (se 'sto Tontoli ha contatti con 'sta tizia magari è un poetucolo pure lui. Facciamoci quattro risate). Leggo il suo primo testo. Non male. Avrà avuto un colpo di culo e gli è venuto bene. Leggo il secondo. Anche questo interessante (azz!). Leggo il terzo e così via. Tutti degni di attenzione, ma soprattutto tutti denuncianti un labor limae che sfiora il trobadorico. Sono testi scritti da uno che conosce benissimo il potere della parola. E dunque da uno che la usa realizzandone ogni possibilità: la scarnifica fin nei suoi apparentemente irrilevanti valori fonici, la destruttura e la ristruttura, giunge a violentarla (ma la parola dimostra di gradire lo stupro). E fa tutto ciò con maestria impressionante. Insomma scopro un Poeta (notare la P maiuscola, prego) che crede profondamente nella poesia non sottovalutandone gli aspetti tecnici. Lo rivela già l'ultra senso che per Tontoli emana dalla poesia, giocato sulla falsariga dell'ultrasuono:


Silvano Drei, Notturno con pioggia
A volte la poesia ha un ultrasenso
un'onda non udibile si infrange
arriva alle soglie degli scogli sentinelle
rovescia cose cuori cianfrusaglie
dimore interiori impeccabili e ordinate
scioglie le statue di sale chiamandole lacrime.
.
Solo alcune volte non sempre
ma per quelle volte basta
smetti di leggere e già sei un altro
rifai le stesse cose con altri gesti
riconsideri la luce nelle foglie che precipitano
la linfa degli alberi che ancora vi circola
e allora ti stupisce il silenzio di una strada.


Si veda anche Le mani nelle nuvole:

Dalle grandi mani nelle nuvole
che seminano pioggia, e controvento
si stracciano in gesti di benedizione,
l'autunno fa cadere la sua estrema unzione.
.
Libera foglie contro i soffitti del cielo
e si avvia verso stagioni di digiuni di luce.
Ma ancora offre particelle in sospensione
che danzano luminose viaggiando e divagando.
.
Essere in quelle cose, morirci dentro
rimanere accanto all'altro remigante
mentre si passa su uno schermo trafitti al centro
dal raggio che ci coglie e ci sorprende.
.
Illuminati almeno dal tenero mistero
di un peccato semplice: esistere davvero.

Perfetta la quartina iniziale (in quanto perfetta è la fusione fra contenuto e forma – con 'forma' intendo lessico e distribuzione delle parole nei quattro versi). La terza quartina denuncia una sapiente arte della citazione (il pensiero corre a Quasimodo). Intensa l'immagine del peccato di esistere che non è però imperdonabile o mortale. Tenero e semplice contribuiscono a stemperare infatti il contesto in cui quel peccato è nominato. Se poi la filologia non è un'opinione, quell'esistere davvero posto nel finale, quasi fosse il culmine di una climax (e del resto introdotto dai due punti esplicativi), è la chiave di lettura di tutto il testo. Fin d'ora va sottolineato che Tontoli riduce l'uso dei segni di punteggiatura (nel senso che ne fa un uso parco), preferendo una sorta di flusso continuo. Tuttavia non rinuncia al punto che è alquanto ricorrente, usato però spesso come "paletto": indicatore testuale di limite (lo si vedrà dai testi poetici riportati più avanti).

La sapiente rifunzionalizzazione della parola (che è implicitamente rifunzionalizzazione concettuale) domina ancora in Dura crisi: in epoca di crollo delle finanze, quando tutto viene passato al microscopio del calcolo, quando anche il piacere viene ridotto a un atto meccanico … pure la vagina (quell'emottisi del quarto verso le è pertinente?) viene scrutata freddamente attraverso un imbuto (un vaginoscopio? Uno speculum?).

Dura crisi, quasi porno
poi ci torno, ma prima
prima quasi in anteprima
tornerei all'emottisi
di quando divoravamo
tutte quelle ostriche
e lo champagne scorreva
a fiumi sul nostro piacere
ah, che piacere che era!
ricorderai che spostavamo
le montagne su quel letto
tutto era perfetto.
In cima alle tue tette
ci avevo messo perfino la bandiera.
Poi capitò quel primo scivolone in borsa
e in affanno per la corsa della vita
bruciammo quel falò di vacuità.
Dico che anche l'amore ora
è sottotitolato e senza felicità.
Adesso scruto nell’imbuto
ogni mattina questo tristo sesso
calcolando il differenziale
degli ex lazzi e frizzi
tra spread e spritzi.


Edward Munch, Il bacio
Un poeta simile, quando diventa erotico, stupisce. Perché riesce ad esprimere l'ineffabile. L’attraverso ne è una prova:

Eravamo ti giuro allo specchio
posso dirlo è successo per caso
abbiamo attraversato l'istante
ci siamo davvero passati davanti
.
devo aver visto che ti avvicinavi
eri dietro di me sentivo il tuo sguardo
posarsi caldo sulle mie spalle
.
mi hai abbracciato chiudendo gli occhi
così mi hai stretto anche con gli occhi
e io ti guardavo teneramente sorridere
come se, lo sai tu sola come
.
mi avevi negli occhi
io non lo so come
e dentro lo specchio
io tenevo noi.

In una dimensione fatta di umano narcisismo (creata da quel vedere il riflesso del proprio amore sullo specchio) e di un piacevolmente torbido voyeurismo (dato dallo spiare il proprio amore sullo specchio), s'incastona l'immagine degli occhi di lei che racchiudono lui chiudendosi e annullando, in quella chiusura, ogni limite fra spazio interno e spazio esterno. Il lettore potrebbe fantasticare oltre nell'ermeneusi del testo. Perché in fondo quel lui richiuso dagli occhi di lei sembra una metafora (resa velatissima mediante un potente atto di sublimazione verbo-iconica) di un atto sessuale preludente a un concepimento. Ma non è finita. Si legga il testo che segue:

I
ci sono state altre vite mie
immaginate sempre in grandi assenze
e quando le riguardo tutte in fila
le volte che mi soffermo a leggerle
vi trovo manifesti di intenzioni e confidenze
.
devo essermi laureato varie volte in una
diventato cercatore d'oro o ferroviere
ho anche scalpellato marmo nelle cave
ho seppellito dei corpi e delle asce
e poi sono stato giardiniere del re
specializzato naturalmente in rose
.
in tutti questi e in altri talenti e gesti
in tutte le altre pose a pensatore
a uomo d'azione che si spende in cause
vinte o soprattutto perse non importa
.
in tutte quelle cose c'eri
mi correvi dentro
come proprio il significato stesso
dei significati.
.
II
.
la lingua eri che si apre il varco tra i denti
e percorre la fessura della bocca non ancora schiusa
così da definire l'interna percezione
di come siamo ottusi nel crederci morti
di come siamo muti nel parlare attraverso i sogni
fino a quando articoliamo con dolore le parole
.
la mano eri quella di un altro io in un altro dove
che non si fa e non si disfa ma tratteggia
disegna strade case interni alberi
e possibilità di essere lì trasognati
.
essere in quella donna che passeggia sola
nel finanziere che esce indaffarato e indugia
eri nel vedere la foglia impertinente
appiccicata all'abito autunnale
in quel bambino che fatica a tenere il passo
quel passo dell'adulto che non lo rassicura
.
III
.
eri tu come un me virato ad altro senso
che percorre un'ulteriore strada inaccessibile
.
e in un amore eri
(in un amore in fondo si è)
perfino nel suo odore
in un amore pensato come mai nato
.
insomma eri in tutte le somme e le divisioni
che si fanno alle ascisse degli incroci
in una città vagamente ortogonale
coi semafori sempre gialli alle ordinate
dove traccheggiano sui marciapiedi
musicisti spacciatori e tirapiedi
.
IV
.
avendo avuto una vita che non vissi
nemmeno in un passato straremoto
semplicemente in quel passato trafugato
mi divenne essa stessa un accidente
e neppure un futuro benpensato avevo in mente
.
(un tempo incosato curvo su se stesso non lo possedevo)
.
avevo dunque un presente complesso
talmente ingarbugliato e imperfetto
talmente condizionato e tale che
tutti gli altri tempi erano ridotti a un minimo
di pura e incausata sussistenza
.
ero stato figlio di un non ricordo qual maestro
e genitore disattento di altre domande evase
che si erano sparse per l'universo mondo
creando altri universi per corrispondenza
e solo poco diversamente orientati
diretti verso altri mondi controversi
.
e chiamavamo tutta questa cosa amore
come chi voglia risolvere una definizione
nel puro giocoforza di cosarla
.
ma seppure fossi stato dotato di malizia
non sarei riuscito a richiamarla in altro modo
mentre altri pur non chiamandola
la sentivano arrivare e ne venivano ghermiti
alcuni nel sonno altri nel loro gioco di sempre
la vita di giorno in giorno su ogni giorno avvitata
.
come sopra a un sovraesposto pudore
.
V
.
eccomi al dolore
.
si direbbe quindi quello di vivere
ma non è vero
.
fa male quello di essere
ed è un dolore ben più articolato
con diversi sostantivi
aggettivato e supposto come animato
.
un dolore luminoso fuggito dal plesso solare
con quei raggi disposti a filo spinato
costruito intorno a un edificio senza risposte
senza forma e con le finestre murate
.
e nel dolore tu eri
perfino lì dentro
e non eri tu il dolore
ma appunto di nuovo
il suo strano significato.

Tamara De Lempicka, Dormeuse (1931-1932)
Il dolore non è qui quello di vivere (come scontatamente ci si attenderebbe, considerata anche l’atmosfera montaliana), ma è quello di essere (dolore ontologico e non semplicemente esistenziale: più profondo, più "antico" e più irredimibile dunque). Le parole (quelle che generalmente danno forma tanto all'indistinto pensabile possibile, quanto all'indistinto fonico possibile) sono anch'esse articolate con dolore, quasi individuare le cose (cosare per l’appunto) e poi riconoscerle fossero operazioni dolorose. Giocoforza anche il bambino soffre (se il dolore è ontologico, deve soffrire per forza). Infatti segue il passo dell'adulto senza esserne rassicurato. Il dolore è nucleo tematico principale. Il dolore e non l'amore. Anche se quest'ultimo, che aleggia tra le righe prima subdolamente, poi – dalla IV parte in avanti – più chiaramente, sembrerebbe il protagonista vero. Non lo è perché esso si riduce a emanazione del dolore (i tre versi conclusivi lo confermano). Ci troviamo al cospetto di un testo fortemente "strutturalista" non soltanto per quanto attiene alla gestione dei contenuti, ma anche per l'uso di un lessico tecnico (valgano come esempi in particolare la III strofa della III parte e l’intera IV parte).

Per concludere non posso non riportare quello che per me è un testo linguisticamente geniale (quando lo lessi per la prima volta, la mia mente venne attraversata da alcune immagini di Metropolis di Fritz Lang e da un assordante e ossessivamente ricorrente Zang tumb tumb marinettiano), in grado di suscitare immagini acustiche dense di caotico dinamismo, specchio a sua volta di certo consumismo che non arretra neanche al cospetto della crisi: esseri umani e automobili frettolosamente, caoticamente, meccanicamente corrono a destra e a manca, ciascuno producendo la sua musica. Ma la somma delle musiche prodotte da ogni essere umano e da ogni automobile è rumore (in alcuni casi un insopportabile stridore che ci corrode il cranio e non solo l'udito). E anche se non fosse rumore, sarebbe una sinfonia piena di dissonanze che farebbe impallidire, disorientandolo e straniandolo, anche l'ascoltatore più dotato di orecchio musicale. Basti leggere soltanto le parole disposte a sinistra nei primi quattordici versi (includendovi il primo): grattetempi, atte a, e tinnire di, arrotare, nelle zigrinature, delle calotte craniche, stridono sui metallofoni. Vi si ravvisa una concentrazione disforica soprattutto di vibranti (r) e geminate: è il trionfo dello stridore ritmicamente organizzato dai colpi inferti dalle geminate stesse. Questo è sperimentalismo arditissimo, non gratuito né esornativo. E anche se il Natale (il testo è stato diffuso un mese prima del Natale 2011) fa riscoprire l'umanità di cui siamo fatti, quello spread riporta in campo le aspre sonorità concentrate in particolare nei primi versi. La crisi ci ha rovinato anche la festa (oltreché il sesso, come rilevato in precedenza). Il titolo è particolarmente accattivante: Avventi (Grattatempi su carta da musica). Il testo viene riportato mantenendo la disposizione delle parole che possiede nell'originale diffuso (è del resto un esempio di poesia visiva).

Grattatempi su carta da musica
                      partiture fatte di
                                     code di rumori
atte a
                                     penetrare chiocciole
e tinnire di
                                     martelletti alieni
arrotare
                                     di coltelli che affondano
nelle zigrinature
                                     delle anse
delle calotte craniche
                                      perniciose creature sonore
stridono sui metallofoni
battono
                 sulle
                       pelli
                              tese
                                    dei cilindri
campanule appese
                                  sfioriscono
                          orecchianti
e annusanti
                       sordi ciclopi
nelle loro ferramenta forgiano metallo-manie
clangori
                      assai urtanti
               orde di note attonite
jingles acufenici
                                                                di venditori anonimi
spacciano
                   ridacchiano
morsicchiano
                                               i padiglioni
                                          auri-neuricolari
                                               ronzano
                   fremono
                              ardono di suoni
                                                                esafoni tetrafoni pentafoni
(in pantofole invernali)
                                                              registrano il rumore del fiocco di neve
                                                              quando si posa sull'asfalto
                             "Sembra stia arrivando letale il Natale..."
                                                ripetono acciuffando
                                                e triturando il silenzio
                                 impacchettando le risonanze squassate
                                            sulle pause degli incroci
(è presumibile che le onde sonore rispettino i semafori).
Giù dagli scivoli le lucivetrine ammiccano
l'occhio
              si sfinisce
                              si scolorisce
                                                          si spazientisce
                          infine lacrima una poltiglia
                                                                               di bitume e sale
al tatto
                  si direbbe che le tasche
                                         siano vuote (....)
quanto i cervelli stanchi di indugiare sul pallido
                                      natale
tale e quale e pure omonimo
acronimo
                        eteronimo
come minimo
                                   a quello dell'altr'anno
e dell'altro ancora.
                Ci si tocca per non dimenticarselo
                per non scordare che sia pur essendo gelido
è pur sempre un epifanico
                                                    gradevole strumento
di obliterazione di carezze.
                                   Vivi e rinati eccoci lucidi e imballati
                         con il sorriso che valuta lo spread differenziale.

Che aggiungere? Nulla. Anzi … solo che le caste esistono anche nella Letteratura e nella Poesia. E Tontoli (purtroppo) non ne fa parte.

Ivo Flavio Abela

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