venerdì 4 giugno 2021
«Il sangue acqua» di Haris Vlavianos. Il dramma irrisolto di una vita
domenica 9 maggio 2021
Un Icaro poeta. Ovvero Sebastiano A. Patanè Ferro in «Gli angoli (aprono i loro acuti per ingoiarci)»
Nel compiere simili tentativi di recuperare il passato si profila l'Icaro poeta. Non può essere casuale il ricorrente motivo delle ali: il volo costituisce un altro elemento di raccordo tra la prima e la seconda silloge. Ma le ali sono «con scadenza», come se la possibilità di volare fosse concessa al poeta sempre a tempo e con l'ovvia raccomandazione di non volare troppo vicino al sole. Non perché rischierebbe di fare sciogliere la cera, ma perché la luce potrebbe repentinamente spegnersi («tutta la luce infine è solo una candela»). Allora egli non precipiterebbe perché ha osato troppo, ma perché rimarrebbe privo della capacità di vedere: il buio - se mai fosse possibile - renderebbe il vuoto ancora più vuoto, amplificando l'assenza. Il poeta raccomanda a se stesso prudenza: perfino le ali degli angeli sono state «accecate».
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| Una scena del film Lo specchio. Poco prima una voce fuori campo recita il testo di Arsenij Tarkovskij, padre del regista Andrej, da cui sono tratti i versi citati a fianco |
Ivo Flavio Abela
Aggiunta del 27 maggio 2021
Ho appena appreso che da questa notte Sebastiano non c'è più. Meno di due settimane fa mi aveva parlato di un'ernia cervicale che forse si era "risvegliata" con forza e aveva aggiunto che avrebbe dovuto sottoporsi a una serie di controlli. Mi aveva anche detto che non gli sarebbe stato facile farsi vivo. Proprio ieri pomeriggio avevo provato a inviargli un messaggio perché mi sembrava comunque strano non avere più ricevuto sue notizie. Naturalmente il messaggio è rimasto senza risposta. Oggi io sono (siamo in tanti, a dire il vero) disorientato e sconvolto da questa notizia. Mi resta, tuttavia, la gioia (purtroppo effimera, ma sempre gioia è) di avere scritto questo pezzo per lui e di sapere che aveva fatto in tempo a leggerlo e a esserne felice.
domenica 25 aprile 2021
Eros e trauma in «La quercia di Bruegel» di Alessandro Zaccuri
Nel bosco degli scrittori, originale collana di Aboca, si dà agio «agli scrittori più interessanti e consapevoli del nostro panorama letterario di raccontare il mondo, il loro e il nostro, proprio a partire da un albero» afferma l’editore. Alessandro Zaccuri (di cui s’è già parlato su questo blog a proposito del suo bellissimo Lo spregio. Cfr. https://ivoflavio-abela.blogspot.com/2017/11/lo-spregio-di-alessandro-zaccuri-ovvero.html?m=0) ha scelto La quercia di Bruegel (2021), offrendoci ancora un saggio di una capacità narrativa che – sempre raffinata – risulta poliedrica perché ogni volta diversa a seconda del tema (non è la stessa del citato Lo spregio o di Nel nome o ancora di Come non letto, per citare solo qualche titolo di Zaccuri). E qui il tema vero non mi sembra Bruegel il Vecchio, la cui arte si riduce a un pretesto, ma l’eros – delicatamente ritratto – di un ménage à trois.
Il protagonista di La quercia di Bruegel narra in prima persona senza mai rivelare il proprio nome. Forse è uno degli scrittori che Zaccuri immagina di essere o comunque cui ha affidato una parte di sé. Il narratore, infatti, racconta di avere sempre scritto nascondendosi sotto identità fittizie, in base allo scopo e al tema di ogni libro poi pubblicato. Forse Zaccuri s’è immaginato attore di un’avventura, ad alimentare la cui forza contribuiscono un attentato terroristico, il dramma personale di un paziente che ha vissuto un forte trauma, l’eros. Che quest’ultimo sia fortemente presente nel testo ce lo provano le righe in cui il narratore accenna alla possibilità di rotolarsi su un letto con la neurologa Matilde Rovani, la carnalità della donna non più giovane ma ancora attraente, la menzione di L’origine du monde di Gustave Courbet. Anzi sembra quasi che su tale dipinto egli abbia strategicamente dirottato il desiderio in lui suscitato dall’incontro con Matilde. Per non dire poi di alcuni elementi vagamente voyeuristici contenuti – molto più avanti – nelle pagine ambientate al museo. Qui il protagonista si fa da parte per discrezione: vuole che la neurologa e il suo compagno possano visitare da soli le sale dell’edificio per godersene indisturbati le opere. Eppure non li perde di vista e ne spia i movimenti.![]() |
| Peter Bruegel il Vecchio I cacciatori nella neve Vienna, Kunsthistorisches Museum |
Ivo Flavio Abela
sabato 24 aprile 2021
Il lungo autunno di Maurizio Soldini nel suo «Sodalizio con gli specchi»
Si alza allora la voce dei poeti: magari non «lavorano di notte» (come quelli di Alda Merini), ma cantano quand’è mattino presto. A quell’ora il sodalizio con gli specchi non è stato ancora infranto dalla prepotente luce del giorno pieno (capace pure di rendere «ustorio» uno specchio), ma è stato appena increspato da un’aurora le cui dita (non epicamente «di rosa» come quelle dell’aurora omerica), sono comunque in grado di elargire carezze. Perché questo i poeti fanno: cantano per rendere più sopportabile la quotidianità (e quella pandemica è particolarmente devastante), in un tempo che si ferma e non ha più un “prima” e un “dopo”, un flashforward e un flashback, tanto che analessi e prolessi finiscono col coincidere nella fissità di un «eterno ritorno».
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| Maurizio Soldini |
mercoledì 7 aprile 2021
La bellezza nell’Ortodossia e nella cultura della Russia
«È
vero, principe, che lei una volta ha detto che la bellezza salverà il mondo?
State a sentire, signori […] il principe sostiene che la bellezza salverà il
mondo!»: così dice il tisico Ippolìt del principe Myškin ne L’idiota di Fëdor Dostoevskij. Più
avanti sarà la capricciosa e borderline
Aglaja a dire a Myškin: «Sono pronta a scommettere che si metterà a parlare di
qualcosa sul genere della pena di morte, o della situazione economica della
Russia, oppure del fatto che la bellezza salverà il mondo». L’affermazione è
diventata famosa tanto da essere attribuita, soprattutto da chi non ha mai
letto integralmente il romanzo, allo stesso scrittore: «Dostoevskij diceva che
la bellezza salverà il mondo». Tali parole sono però solo attribuite al
protagonista da Fëdor: non si comprende nemmeno se Myškin le abbia davvero mai
pronunciate (il principe non lo conferma).
Consideriamo
poi il finale del romanzo: Myškin diventerà pazzo, recuperando lo stato connaturato
– così sembra indicarci Dostoevskij – alla sua indole di individuo generoso,
mite, genuino («idiota» – appunto – secondo il pensiero comune) e dal quale era
invece guarito. La bellezza non l’ha salvato: non solo essa non ha trionfato,
ma proprio colui il cui animo è bello altro non si rivela che un folle. Sembra
che Dostoevskij si sia divertito a delineare un intreccio e un personaggio dai
quali sarebbe dovuto scaturire il segreto della felicità sulla terra
(paragonabile alla formula anch’essa segreta, relativa alla pace eterna e alla
sconfitta definitiva del male, incisa su una fantomatica verga da Nikolaj,
fratello di Lev Tolstoj, e poi sepolta nel luogo in cui sarebbe stata interrata
la bara dello scrittore), ma alla fine ci riporta con forza alla realtà e
sembra volerci dire: «Davvero avreste pensato che la bontà e la mitezza possano
trionfare? Il buono, il mite, il virtuoso… sono solo pazzi».
Un
altro personaggio – appartenente all’universo cinematografico russo – ci
insegna che la bellezza non può salvarci: il protagonista di Stalker, film diretto nel 1979 da Andrej
Tarkovskij. Attraverso la zona, egli
vuole condurre i suoi compagni di avventura nella stanza. I compagni accettano inizialmente di affidarsi a lui e di
seguirlo, ma si fanno assalire dai dubbi proprio quando la meta è vicina. Il
dolore del fallimento lacera Stalker: egli – lo dice all’apice dello sconforto
quando il film si avvia alla conclusione – avrebbe solo voluto che tutti
fossero felici, condividendo con l’umanità i tesori spirituali contenuti nella stanza stessa. Stalker è del resto un
doppio dello stesso Tarkovskij: così ha affermato più volte Andrej Tarkovskij
Jr., il figlio del regista (lo ha fatto anche in un’intervista concessami nel
marzo 2020). In altri termini Stalker e lo stesso Tarkovskij sono personaggi alla
Dostoevskij: hanno nutrito una fede cieca nei confronti di ideali spirituali e
della possibilità di conseguire la felicità mediante la bellezza, ma alla fine si
schiantano contro il muro della realtà, rimanendo turbati, disillusi, sconfitti,
segnati a vita.
Mi
sembra che quanto fin qui affermato sia sufficiente per comprendere l’equivoco
su cui è stata fondata – da critici e da lettori poco attenti – la funzione
salvifica della bellezza. Abbiamo dunque sbagliato noi a interpretarla come
tale o forse Dostoevskij, i suoi personaggi, quelli tarkovskijani, lo stesso Tarkovskij
ci hanno portati fuori strada? Hanno davvero voluto dimostrare il contrario di
ciò che, sulla scorta delle loro parole, abbiamo sempre ritenuto? Hanno voluto
farci credere che non sia possibile alcuna salvezza in questo mondo? E se invece
essi si fossero riferiti a un’altra bellezza?
Pavel
Nikolaevič Evdokimov (in «Teologia della bellezza») e Orlando Figes (nel
bellissimo «La danza di Nataša») riferiscono un celeberrimo aneddoto. Vladimir,
principe di Kiev, inviò ambasciatori presso i Musulmani, gli Ebrei, i Latini e
i Greci: desiderava comprendere l’essenza delle diverse religioni per
sceglierne una. Gli emissari tornati da Costantinopoli gli riferirono che vi
erano rimasti rapiti dalla bellezza dei riti, delle icone, dei decori, al punto
che risultava loro difficile comprendere se si trovassero nel cielo o sulla
terra. Di una cosa si dissero certi: Dio era autenticamente presente tra quanti
prendevano parte a quei riti. Dio era la bellezza: è questa l’idea che permea
l’anima ortodossa (mi riferisco in particolare a quella russa) e che attraversa
pure, talvolta sotterraneamente, buona parte della letteratura presovietica.
Il
russo non può non dirsi ortodosso: sentirsi ortodosso ed essere russo si
sovrappongono al punto da arrivare a consustanziarsi. Non possiamo ignorare che
non solo la Chiesa Ortodossa di Russia esercitò sempre una grande influenza
sullo zarato, ma pure che in certi frangenti si dimostrò ancora più forte dello
zarato stesso nel provocare le reazioni dell’opinione pubblica. Si pensi a ciò
che suscitò l’emanazione della scomunica di Tolstoj, decisa peraltro senza
avvisare lo zar Nikolaj II, che apprese quanto la Chiesa Ortodossa aveva
stabilito solo da una rivista religiosa, una copia omaggio della quale gli veniva
regolarmente recapitata. Scoppiata la Rivoluzione e deposto lo zar, il regime
sovietico cancellò ogni traccia di cristianesimo. Puntando alla
collettivizzazione della società, e dunque volendo estirpare dal popolo russo
il senso d’identità che l’aveva fino a quel momento sostenuto, eliminò
qualsiasi traccia di cristianesimo proprio perché l’anima russa era
congenitamente ortodossa: distruggendo chiese e icone, estirpò la bellezza dal
cuore del popolo. Alcuni anni prima della Rivoluzione il grande Anton Čechov aveva
individuato nella Chiesa Ortodossa – ce lo spiega bene Figes – un’alleata
dell’artista e aveva reputato la missione di quest’ultimo principalmente
spirituale. All’amico Gruzinkij avrebbe detto: «La chiesa del villaggio è l’unico
luogo in cui il contadino può fare esperienza della bellezza». Tale bellezza si
materializza nell’icona, poiché in essa avviene «l’epifania del Trascendente»,
oltre che nella natura la quale – lo spiega Evdokimov – si trasforma in «roveto
ardente» poiché irradia il Trascendente stesso che in essa si è trasfuso.
L’icona
è immagine conduttrice dell’ortodosso durante il rito: contemplarla significa
assumere la migliore disposizione d’animo per prendervi parte. Tale funzione
può trasformarsi in presenza. Uno ieromonaco del monastero di Optina Pustyn’,
il complesso monastico più famoso di tutta la Russia (anche perché fu visitato
da Dostoevskij, Gogol’, i fratelli Kireevskij, alcuni membri della famiglia
imperiale, nonché – per ben cinque volte – da Tolstoj) scrisse così nel suo
diario (vale la pena leggere quasi interamente il passo, da me tradotto, perché
in esso le icone fungono da guida liturgica che prepara al rito, inducendo nel
fedele il pentimento e dunque disponendolo nella migliore delle condizioni al
rito stesso): «Mentre mi trovavo in chiesa [...] mi sentivo circondato non
dalle icone dei santi, ma da quegli stessi santi che esse raffiguravano. Mentre
era in corso il servizio religioso, essi riempivano la chiesa condividendone lo
spazio con me. Era inutile distogliere i miei occhi dai loro volti per
nasconderli in qualche angolo buio: quelle creature divine non mi guardavano
negli occhi, ma erano in grado di far penetrare il loro sguardo direttamente
nel mio cuore. E dove mai avrei potuto nascondere il mio cuore? Allora mi
rassegnavo a perseverare nella mia impotenza e nella mia indegnità, al cospetto
di quei loro occhi che tutto erano in grado di scrutare e penetrare. I miei
pensieri impuri, pieni di timore nei confronti dello sguardo di quegli esseri
divini, si nascondevano da sé e cessavano di tormentarmi; il mio cuore,
infiammato dal fuoco della sua stessa impurità, cominciava a bruciare grazie a
quello del pentimento; era come se il mio corpo si congelasse e io iniziavo a
sentire la mia indegnità, il mio continuo errare, con tutto il mio essere fino
alle dita dei piedi e delle mani».
L’icona
è anche immagine-guida nella vita quotidiana e familiare. In ogni casa russa
non manca un gruppo più o meno nutrito di icone, davanti alle quali arde una
lampada sospesa in genere a una triplice catena: nella tradizione slava la sede
contenente tali icone viene definita «Angolo della Bellezza». Come si vede,
l’icona è guida nel pubblico e nel privato: l’Invisibile, cioè il vero Bello,
l’ha scelta come spazio fisico in cui manifestarsi e da cui irradiarsi. Inoltre
se Dio ha scelto di incarnarsi, e dunque di abitare un corpo fisico, a maggior
ragione bisognerebbe credere che l’icona contenga realmente il Divino, poiché il
Divino stesso ha scelto di rendersi visibile: non l’uomo ha antropomorfizzato
Dio, ma Dio s’è antropomorfizzato da sé (appare ovvio che gli iconoclasti,
negando che Dio potesse essere rappresentato, negavano implicitamente anche il
mistero dell’Incarnazione). Colui che realizza l’icona non è un artista, ma un
tramite: l’artista è Dio.
Alla
luce di quanto appena affermato, risulta ancora più significativa la critica
che l’idealista Evdokimov rivolse alla teologia occidentale, rea di avere
perduto di vista la portata spirituale dell’arte sacra. Il culmine della
parabola discendente sarebbe per lui rappresentato dall’adozione della corporeità,
significata dall’introduzione della prospettiva e del chiaroscuro, nonché dal
trattamento plastico dei soggetti religiosi, mentre l’arte orientale continuava
a mantenersi entro i limiti della prospettiva inversa e di un’impalpabile
bidimensionalità (per inciso, non va tuttavia dimenticato che esiste anche una
tradizione del rilievo nell’arte bizantina, ma l’icona ebbe sempre il primato).
Inoltre l’arte sacra occidentale diventa sempre più allegorica, perdendo il
contatto con l’immagine autentica del Divino.
Torniamo
per un momento a Dostoevskij e a Tarkovskij. E se la bellezza cui essi alludono
fosse proprio Dio e non (ciò vale soprattutto per il caso del citato romanzo
dostoevskijano) quella puramente estetica? Esiste una cospicua letteratura riguardante
la spiritualità dello scrittore russo: non solo egli si recò al monastero di
Optina per cercare pace dopo avere patito la perdita di un figlio di neppure
tre anni che amava intensamente, ma possedette molti testi sull’ortodossia e
sull’esicasmo (alcuni gli venivano procurati da una libreria specializzata di
San Pietroburgo, altri gli furono donati dai monaci optiniani). Tornato da
Optina, si rimise a lavorare alla stesura dei Karamazov con rinnovata energia, ma soprattutto con una più sublime
ispirazione: l’estasi di Alëša al cospetto della bellezza spirante dal
monastero in cui vive Zosima altro non è che quella che Fëdor stesso dovette
provare, immergendosi nella bellezza trasudante da Optina. E quella bellezza
anche per lui era Dio. Andrej Tarkovskij dovette pure pensare che la bellezza
suprema sia Dio. Non solo girò il capolavoro cinematografico Andrej Rublëv, ispirandosi liberamente a quel poco che si conosce del grande iconografo,
ma fu perennemente alla ricerca di Dio: lo cercò in Italia e il risultato fu
l’incontro con la Vladimirskaja di Portonovo, di cui ci parla in Martirologio; lo vide incarnato
nell’icona della Trinità, forse la più nota tra quelle dipinte dal citato Andrej
Rublëv.
Ciò
che fin qui è stato discusso potrebbe essere sufficiente per dimostrare quanto
l’idea di bellezza insita nell’ortodossia abbia permeato di sé l’anima russa:
il russo è credente per indole. Lo sapeva bene il già citato Anton Čechov.
Proprio con l’affermazione tratta da un suo racconto desidero concludere: «Per
quanto possa giudicare da me stesso, dalle persone che ho conosciute vivendo,
da tutto ciò che mi s’è svolto intorno, questa facoltà [la fede] è intrinseca
al popolo russo in grado cospicuo. La vita russa ci si presenta come una serie
ininterrotta di moti di fede e d’entusiasmo mistico, mentre l’incredulità o la
negazione son cose di cui non conosce (se volete saperlo) neanche l’odore». Il
russo crede nella forma più alta di bellezza: Dio. Perciò si salverà.
Ivo
Flavio Abela
27 marzo 2021
venerdì 10 aprile 2020
«Diario dello smarrimento» di Andrea Di Consoli: rinunciare con dignità e amore
Si delinea lentamente il ritratto di un "pius" Di Consoli che teme chi non è almeno un po' piegato dal «peso di Dio»: l'uomo che ha posto se stesso al centro del mondo e, in un eccesso di tracotanza, vuole adesso diventare onnipotente, calpestando norme morali non scritte sulla carta, ma tramandate di generazione in generazione come patrimonio immateriale. L'uomo dovrebbe sempre provare un po' di senso di colpa. Non è un caso che per Andrea essere padre sia innanzitutto nutrire i propri figli: cibarli, assicurare loro la pancia piena. In un'epoca in cui la fame è diventata un tabù (almeno dal secondo dopoguerra), in cui domina il superfluo, l'autore - figlio di genitori lucani - dà sfogo così a un impulso ancestrale che ne significa il rapporto con la civiltà contadina, dipendente dai bisogni primari. Il padre nutre i figli (sebbene sia destinato a essere sempre una ferita aperta: sia quando abbia amato troppo, sia quando abbia amato male) e cucina anche quando è solo. Perché certe azioni vanno compiute di per sé e senza scopo alcuno. E così amare e non essere amati, sorridere quando quando si è tristi, tacere quando si ha nostalgia o si teme di morire frustrati perché non si è riusciti a compiere tutto, risultano azioni che denunciano la dignità di chi le compie.
Lo smarrimento di Di Consoli è anche quello di quanti cedono alla disperazione e all'angoscia e si danno a un gesto estremo. Smarrito è poi chi è depresso («Chi non sa di cosa parlo [...] si goda il non saperlo»). Eppure chi cede a tale disagio, al punto da rinunciare alla vita, non è esattamente un infelice. Semmai ama visceralmente la vita e sarebbe felice di viverla pienamente, ma rinuncia a farlo poiché in essa non ravvisa la grandezza e l'eternità di cui vorrebbe essere parte. Smarrito è pure colui che ha assistito alla fine del proprio amore non spiegandosene il motivo: smette di credere in se stesso, si autodenigra e forse non vorrà più concedere la propria fiducia. Smarrito è ancora colui che rinuncia ai propri libri in seguito a una separazione: li vende non salvando nemmeno le edizioni prime e gli esemplari con dedica, ma non versa nemmeno una lacrima. Leggendo un passo simile, ci si chiede se Andrea abbia pensato ad Aleksandr Blok e voluto rivivere in se stesso il distacco del superbo ma sensibile poeta russo dalla propria casa in campagna (sorta di piccolo Eden), contenente una biblioteca ricca ed amata. Quando, tempo dopo, al poeta fu annunciato che la casa era andata distrutta insieme a tutti i suoi cari libri, egli non manifestò alcun sentimento: rimase imperturbabile. Eppure avrebbe poi scritto di avere sognato quel suo paradiso ormai lontano e perduto. E avrebbe suggellato il racconto di quei ricordi onirici con un semplice «Ah!» di dolore, equivalente al senso delle parole che Andrea usa nella descrizione di quella rinuncia - tutta sentimentale - ai propri libri.
«Diario dello smarrimento» va letto e meditato. Sebbene in questa sede sia stato discusso il Di Consoli esistenzialista e foriero di una visione problematica dell'esistenza, c'è anche l'Andrea che riflette sul mondo con piacere "materiale", sulla politica, sulla geografia di luoghi per lui significativi, sulla bellezza della vita (una bellezza, tuttavia, struggente). E lo fa quasi con gratitudine nei confronti del creato. La sua lingua è nitida, priva di orpelli, bella nel suo farsi epigrammatica.
Ivo Flavio Abela
domenica 14 luglio 2019
«Isolitudini» di Massimo Onofri. Appunti su un viaggio letterario intorno al pianeta Terra
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| Antoine Watteau Pellegrinaggio per l'isola di Citera (1717) |
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| Leonard e Marianne |
Spostiamoci a Egina, l'isola recante il nome della ninfa che fu madre di Eaco per virtù di Zeus, il quale la possedette trasformatosi in aquila. La gelosissima Era inviò dunque sull'isola una pestilenza che falciò quasi tutta la popolazione. Eaco ottenne da Zeus che tutte le formiche dell'isola fossero mutate in uomini, così da rimpinguare il popolo ucciso dal morbo: i Mirmidoni, dunque, non sono altro che formiconi (del resto più avanti, a proposito del labirinto cretese, il mito tornerà: sarà ricordato da Massimo che la figlia di Agenore di Tiro e Telefassa, cioè Europa, fu rapita da Zeus trasformato in toro. Dalla loro unione nacquero Minosse, Radamanto e Sarpedone). E chissà perché (in verità è scontato per me) mi torna in mente Il principe fulvo di Salvatore Silvano Nigro, in cui il grande italianista rileva che Tomasi di Lampedusa, dopo un'iniziale adesione al fascismo, se ne distaccò e individuò negli uomini implotonati in camicia nera... proprio dei formiconi! Appunto contro quei formiconi fascisti s'abbatte la palinodia del fascismo stesso messa in opera dal cantore di Fabrizio Salina (cfr. su questo stesso blog http://ivoflavio-abela.blogspot.com/2012/03/il-principe-fulvo-di-salvatore-silvano.html).
Non posso però rendere di certo conto di Isolitudini in modo dettagliato. Mi limiterò ancora, per le isole greche, a commuovermi per avere letto che Massimo cita uno dei miei cantanti greci preferiti, cioè Ghiannis Parios (a cui del resto devo personalmente l'emozione che mi coglie quando ascolto le sue versioni di due pezzi tra i più belli partoriti, musicalmente, dal genio di Mikis Theodorakis e - in quanto ai testi - da due glorie della poesia nazionale ellenica moderna, cioè il già citato Odysseas Elytis e Iakovos Kampanellis. I due pezzi sono Marina e Margarita Maghiopoula, rispettivamente ascoltabili qui https://www.youtube.com/watch?v=daYgui6RYyw e qui https://www.youtube.com/watch?v=4k1Ix8bJWno). E cito ancora Patmos, da Onofri menzionata poiché l'evangelista Giovanni vi concepì l'Apocalisse: quel Giovanni immaginato e immortalato da Hieronymus Bosch intorno al 1505. Ancora ecco El Greco, al secolo Dominikos Theotokopoulos che (val la pena ricordarlo) andò letteralmente (cioè fisicamente) incontro al Rinascimento spagnolo: se infatti quel movimento culturale, in cui l'uomo trionfò nella sua pienezza insieme alla prospettiva pittorica (segno e simbolo della conquista del proprio "punto di vista", cioè della propria centralità, dopo un Medioevo cristiano e mistico e un Umanesimo che al Rinascimento aveva spianato il cammino), aveva lasciato vergine la Grecia diventata bidimensionale grazie a un ethos ortodosso sovrappostosi a quello plastico di una classicità greca e di un ellenismo espressionista, El Greco però lo conobbe perché lascio Creta. Si recò infatti in Occidente, mettendo a frutto la maestria maturata presso gli iconografi cretesi, ma calandola in un connubio con la maniera artistica occidentale. Ne verranno i grandi capolavori cui tutti guardiamo con ammirazione e sacro rispetto.
Voglio concludere rapidamente l'excursus sulle cronache "geo-critiche" di Onofri su quella Grecia che tanto amo. Egli menziona ancora Theodorakis, Camus ed altri per affrontare infine l'inabissamento dell'isola di Elice (ne parlerà Saverio Scrofani in Viaggio in Grecia del 1799), che perciò risulta «isola all'ennesima potenza» e ci ricorda il destino della nostra piccola Ferdinandea che, nella struttura ad anello di Isolitudini, dopo circa quattrocento pagine (e non a caso, mi pare), assurgerà a dignità di protagonista del finale del libro.
Voglio saltare un po' e andare al Giappone e a La nave delle onde (1954) di Yukio Mishima, romanzo ambientato a Ute-jima, avendo l'autore compiuto un viaggio in Grecia e volendo ispirarsi al romanzo di Dafni e Cloe, cui Onofri associa del resto la xilografia di Hokusai Kotsushika, cioè Il monte Fuji visto da Kanagawa e nota anche come La grande onda. Debussy la volle sulla copertina della partitura per orchestra di La mer. Mishima aveva pubblicato, all'età di ventiquattro anni, l'autobiografia Confessioni di una maschera, in cui dedica alcune pagine al San Sebastiano di Guido Reni, legandolo al proprio primo atto autoerotico. Del resto Mishima si sarebbe fatto ritrarre nella posa del San Sebastiano dal fotografo Eikoh Hosac, nel 1963, forse in una ricerca di identificazione con qualcosa o con qualcuno che avrebbe finito per coinvolgere anche l'ideologia dello scrittore, poi suicidatosi ritualmente a soli quarantacinque anni.
M'imbatto pure nella citazione di Bernardin de Saint-Pierre e del suo Paul e Virginie, a proposito della natura piuttosto vergine della quasi indiana Île de France. Mi sovviene allora uno sceneggiato che vedevo da bambino, tratto proprio dal libro citato, e ricordo pure che ho in casa il libro stesso, in un'edizione del 1953 brutalmente recante il titolo di Paolo e Virginia. Più avanti leggo di Eugenio Turri e ancora di Jean-Marie Gustave Le Clézio e delle mascelle di animali marini da lui descritte. Istintivamente riguardo alcune foto di una mia visita di sei anni fa alle Fortificazioni Timoleontee del disgraziato paese in cui vivo. In quell'occasione fotografai qualcosa: i resti di una carcassa animale. Qualcosa di bianco come gli ossi di seppia... Tutto gira, a quanto pare. Ed è vero che vita e letteratura tendono a mescersi. Ma è anche vero, come ricorda Onofri, che la letteratura genera letteratura. «Questa ricurva mascella non rise / ma morse e morse e adesso è un cenotafio».
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| Isaak Levitan Vladimirka |
Adesso citerò altri spunti che emergono da Isolitudini. Tra le decine e decine di nomi e di luoghi che costituiscono le tappe umane e geografiche del libro, scelgo di ricordare Saramago con i Quaderni di Lanzarote, pubblicati poco dopo la morte e ovviamente scritti nell'isola del titolo; le isole Fortunate o dei Beati, identificate con le Canarie e citate da Esiodo, Omero, Pindaro, Orazio. Ancora certe isole in cui convergono i fantasmi della vita di un uomo, come Masafuera in cui Jonathan Franzen si rifugiò dopo la morte dell'amico David Foster Wallace, proprio con le ceneri di quest'ultimo, in un eremitaggio laico dal quale emersero «le potenzialità salvifiche della letteratura». Poi c'è Fårö, isola che mi coinvolge affettivamente non tanto e non solo perché vi morì Bergman, ma soprattutto perché un albero della stessa isola fu immortalato da Andrej Tarkovskij nel suo Sacrificio del 1986. Posso continuare con l'isolotto di Grand Bé, a 400 metri da Saint-Malo, in cui François-René de Chateaubriand volle essere sepolto, cosa che avvenne il 4 luglio 1848; l'isolotto di Skelling Michael, in Britannia, con il suo monastero medievale abbandonato e i clochans, cioè sorta di igloo lapidei che fecero da rifugio ai primi santi asceti. Degna di interesse mi appare ancora la menzione delle Azzorre, vero e proprio confine tra il Vecchio e il Nuovo Mondo, tanto più che fino al 1970 - ricorda Onofri - Horta, sull'isola di Faial, era il porto da cui si snodava il cavo sottomarino che garantiva le comunicazioni telegrafiche fra i due Mondi e che a me ricorda quanto letto in Geografia umana. Teoria e prassi di Adalberto Vallega, a proposito di una prima forma di globalizzazione coincidente proprio con il collegamento, tramite un cavo depositato sul fondale oceanico, tra l'Europa e l'America. Proprio dirimpetto Horta ecco Pico con l'imponente vulcano che, situato proprio appena varcate le Colonne d'Ercole dal bacino del Mediterraneo, potrebbe richiamare la collina del Purgatorio dantesco che sarebbe anche quella vista da Ulisse, secondo il racconto che Dante fa dell'estrema impresa fallimentare del Laertiade nel XXVI canto del suo Inferno. E ancora la Corsica e l'esilio di Seneca, la Sardegna e quello di Ponziano (primo papa ad abdicare nel 235 e poi condannato ad metalla in Sardegna, dove morì insieme all'antipapa Ippolito). Non manca Ventotene, dove Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi avrebbero concepito, nel 1941, il famoso Manifesto, conferendo all'idea di Europa uno statuto quasi ontologico, sebbene ancora embrionale, e dove la virtuosa Agrippina Maggiore, ivi confinata da Tiberio, aveva trovato la morte per fame. E ancora... meglio che io mi fermi.
Non so esattamente che cosa sia questo mio scritto. Recensione? Minisaggio? Tentativo di sistematizzare quanto mi è rimasto della lettura di Isolitudini? Uno strumento per legare alcuni dati a quanto prima della lettura rientrava già tra le mie conoscenze? Non lo so. So bene però che il libro di Massimo Onofri mi sembra pionieristico. Mi risulta infatti che solo raramente sia stata tentata l'impresa di comporre un atlante letterario, cioè un corpus in cui romanzi, saggi, raccolte di poesie, drammi, ecc., unitamente ai loro autori, fossero collocati su uno spazio fisico che, nella fattispecie, è quello delle isole di tutto il mondo. Il lettore viene, così, guidato in un viaggio virtuale che coincide con una vera e propria circumnavigazione del globo terrestre: si parte dalla Grecia e si procede quindi in direzione orientale, finché non si approda alle isole della Campania e del Mediterraneo, tornando quasi al punto di partenza. Del resto se Ischia, Procida, ecc., accolgono le avventure dei grandi personaggi della letteratura nazionale (si pensi ai magnifici inserti riguardanti Amendola, la Morante, la Serao), è pure vero che esse sanno di Grecia poiché alla Magna Graecia appartennero. Le 476 pagine effettive di Isolitudini costituiscono un magnifico atlante che tutti gli appassionati di letteratura e tutti gli amanti dei viaggi dovrebbero possedere, leggere e - perché no? - consultare prima di partire per una di quelle isole o uno di quegli arcipelaghi che spesso, nel nostro immaginario, assumono un'identità soltanto oleografica e folcloristica. Se la formula avviata da Onofri con i precedenti Passaggio in Sardegna e Passaggio in Sicilia aveva convinto ed era piaciuta, essa viene adesso portata alle estreme conseguenze con risultati esaltanti (e alle estreme conseguenze viene condotto il senso di un termine - isolitudine appunto - coniato da Gesualdo Bufalino che, per così dire, reagiva alla sicilitudine sciasciana). Se a ciò si aggiungono la luminosa leggerezza e l'arguzia che connotano la scrittura di Onofri, se si guarda anche alla veste grafica, si può affermare che Isolitudini è un libro la cui presenza, nelle nostre librerie, è necessaria.
Ivo Flavio Abela
domenica 31 marzo 2019
«Lo spolverio delle meccaniche terrestri» di Maurizio Soldini
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«come la trama che disegna il ragno
sopra la tela è la geometrica
tensione a tessere il cammino della vita»
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Ricorre in più di un luogo, nel testo in discussione, il rapporto fra lo spazio (e la velocità) e il tempo. In «Non cedere», per esempio, la velocità di un treno che, nella sua corsa, avanza lungo una linea ortogonale rispetto a quella percorsa dal «verbo del tempo», smorza l'attesa. E l'atmosfera da stazione ferroviaria torna in «Per amor di sé», in cui il rapido avanzare dei treni giunge fino al deragliamento implicito nella fuga «da una logica binaria», in un complesso di pensieri, immagini ed anche sensazioni uditive, come lo «stridore di una cantilena» (nient'altro - forse - che la cantilena delle ruote che frenano sulle rotaie, restituendoci un fermo-immagine della vita).
E del resto, il fatto che le sensazioni uditive siano fortemente volute dall'autore è testimoniato, ancora in «Per amor di sé», dal gioco dei richiami fonico-morfologici, quali la sequenza di «astenia», «afasia», «nenia» (che quasi verrebbe voglia di leggere accentando la i), «disbasia»; ma anche la sequenza «balba», «falba», nonché «sera», «tiritera». Così come significativo, per fare un altro esempio, è il graduale divenire fono-morfologico ravvisabile, in «Lungo il muro», nella sequenza vagamente circolare «musica > muschio > schiocca». E ancora in «Belligeranza» i «comandi di cheti appostamenti / sulle schermate degli scherani [...] con andamento lento di schermaglie» inducono nel lettore una sorta di straniamento ipnotico.Non mancano poi echi che ci portano indietro nella storia della poesia italiana: la «petrosità» di uno dei testi sembra richiamare il Dante appunto petroso, il «bubbolio» di un altro fa quasi fisiologicamente tornare in mente la descrizione del temporale di una nota poesia pascoliana, «anime animali e gente» di «Là» forse contiene reminiscenze foscoliane e ancora dantesche. Tali echi sembrano rispondere al principio secondo cui la ricostruzione del senso e delle forme (in filologia) colma il vuoto lasciato dal tempestoso inverno della memoria (e dunque dalla distruzione implicita nella dimenticanza), fino a far rinascere il canto, come Soldini osserva in «Dove scoliasti»; del resto la dimenticanza stessa è sempre in agguato, soprattutto nel secolo breve: la definizione di Hobsbawn ritorna in «Aporia di un secolo passato», in cui del resto Soldini insiste sullo scorrere della vita cosmica delle età, cioè sul passare degli anni e dei secoli. In esso sembra riassorbirsi il passare della vita degli uomini, su cui l'autore si è soffermato in alcuni dei testi precedenti.
Ivo Flavio Abela

























