venerdì 9 marzo 2012

«Il Principe fulvo» di Salvatore Silvano Nigro e l'ultima danza del Gattopardo



Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Alessandra Wolff
Nel 1967 una troupe televisiva si presentò a Lucio, Casimiro e Agata Giovanna Piccolo nella loro residenza di Capo D'Orlando. Era guidata da Vanni Ronsisvalle. Lucio "cavalcava" una cassapanca barocca e ferrata. Il vecchio mobile conteneva le lettere che Tomasi aveva inviato ai cugini Piccolo dall'estero (soprattutto dall'Inghilterra e dalla Germania). Lucio raccontò che avrebbe voluto pubblicarle (sebbene ritenesse che poche fossero le lettere davvero pubblicabili), ma l'idea di doversi consultare con un'«orsa baltica» («imponente e irsuta, e tanto più temibile in quanto addestrata nei circhi massimi della psicanalisi») quale la vedova Lampedusa, cioè Alessandra Wolff, l'aveva fatto desistere. Meglio confinarle a Solicchiata, sulla fiumara di Naso, dove sarebbero state custodite dalle fate che abitavano la «casa ispirata». Ma le fate si rivelarono pessime guardiane e un giorno (molto vicino ai nostri) le lettere sarebbero state pubblicate in Inghilterra, rivelando non solo le due probabili fonti di ispirazione (gli stendhaliani «Mémoires d'un touriste» e le «Lettere scritte dall'Inghilterra» di Foscolo), ma anche i sulfurei strali sbeffeggianti scagliati da Tomasi contro lo stesso Lucio e contro le tendenze occultistiche dei Piccolo.

Lucio Piccolo
Quella di non potere bypassare l'eventuale autorizzazione dell'orsa baltica era forse una scusa: Lucio voleva solo nascondere «le lettere che lo riguardavano», nelle quali appariva pure nelle vesti di «Poeta peccatore, diviso fra le muscolosità portuali e le blasonature degli "esteti" ("eufemismo" a sua volta per indicare cose peggiori, effeminati e debosciati, nel racconto I gattini ciechi)». Più clemente era Tomasi nei confronti di Casimiro (dedito alla pittura), salvo ritenerlo un «Brachettone», cioè un seguace di Davide Ricciarelli: colui «che mise le brache ai nudi del Giudizio universale di Michelangelo».

Questo sulfureo e beffardo (ma anche irredimibilmente aristocratico e redimibilmente fascista e antisemita) Tomasi di Lampedusa, che si firma pure «Mostro», è il protagonista de «Il Principe fulvo» di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio, 2012): il racconto di un romanzo («Il Gattopardo» ovviamente), ma anche dei «Racconti brevi» e – come dovrebbe essere ormai chiaro – dell'epistolario, nonché una biografia attraverso la quale Nigro ripercorre la "storia interna" del Lampedusa. Il libro fu fortemente voluto – come dichiara l'Autore – da Elvira Sellerio che non ebbe tuttavia il tempo di vederlo concluso. Nigro possiede la stessa sconfinata conoscenza bibliografica e artistica di Tomasi e ne fa tesoro costruendo un testo che è il trionfo del genio dell'esegeta, del ricercatore e del tessitore di trame, del linguista raffinato, dello stilista leggero capace di infondere orgasmiche gioie intellettuali.

Iniziamo dunque a familiarizzare con questo Lampedusa nigriano che ritiene il fascismo l'antidoto contro le «perversioni dei bolscevichi» (come già pare avesse fatto sua madre). E ai bolscevichi vengono assimilati i pederasti. Ma per fortuna l'Italia ha Mussolini che Tomasi crede pure di vedere in sogno, fiero peraltro di riceverne l'invito a dargli del "tu". Il Lampedusa odia del resto gli Ebrei («la inverosimile "grascia" dei lunghi cappotti verdi, il sudore che scorreva sotto i riccioli impomatati; il puzzo caprino») al punto da giustificare «i periodici massacri eseguiti, proprio a Kauno, dai saggissimi Russi». Maschere letterarie? Forse. Se si considera che dal 1938, anno della promulgazione delle leggi razziali, Tomasi lavora alla sofferta palinodia del Fascismo, finendo per attribuire al Minculpop la responsabilità di certo appiattimento dell'informazione e ponendosi dalla parte di una coppia di amici Ebrei costretti a fuggire. Della palinodia è testimone il romanzo, in cui il principe Fabrizio muore nel 1883, lo stesso anno in cui a Predappio nasce Benito Mussolini: «i Gattopardi, i Leoni» appaiono così destinati ad essere soppiantati da creature meschine come «gli sciacalletti, le iene» e i «formiconi fascisti».

Una parata militare fascista in una piazza di Torino
«Date e luoghi non sono semplici tacche nel tempo e nello spazio. Inclinano alle trame, piuttosto; e alle dilatazioni narrative» ci avverte Nigro: il 1938 è l'anno della scomparsa di Ettore Majorana da un piroscafo diretto a Napoli; Rosario La Ciura, protagonista di «Lighea» (uno dei «Racconti brevi» del Lampedusa), scompare proprio mentre si dirige a Napoli viaggiando sul Rex. Due misteriose scomparse che si richiamano ad una terza: quella di Ippolito Nievo la notte fra il 4 e il 5 marzo 1861 al largo della penisola sorrentina, insieme a tutto l'equipaggio del vapore Ercole. Insomma ancora una volta i vecchi leoni detentori di un'aristocraticità egotica e fiera di se stessa (La Ciura), viziata dal senso di inadeguatezza (Majorana), increspata da quello talvolta ingenuo del dovere (Nievo), sono destinati ad essere inghiottiti da quello che per l'essere umano è il nulla, ma che è presumibilmente un Olimpo in cui si diventa mito: il premio conferito da una morte eroticamente vagheggiata e lucrezianamente dispensatrice di rigenerazione. Un bel premio in fondo che – è lecito supporre – non potrà certo essere accordato ai fautori dell'Unità d'Italia, né ai Sedara (i ricchi borghesi e i parvenu che si distinguono pure per le «facciatine Impero», così kitsch rispetto alle nobili architetture barocche e rococò delle dimore degli aristocratici), né ai «formiconi fascisti» (i rappresentanti "veri" e deteriori di quell'Unità, come sembra potere essere inferito dalle due date topiche del 1883 e del 1938). E lei, la morte, è Venere: ora sirena che si dà a La Ciura (come a Nievo e a Majorana), ora stella vagheggiata dal principe Fabrizio e poi giovinetta in abito da viaggio che gli si concede transumanandolo.

Tre furono le figlie femmine di Fabrizio: Caterina, Carolina e Concetta. Quest'ultima fu il nervo scoperto della prole saliniana fin dal nome: «La rima isola Concetta» precisa Nigro. Perché a lei, aristocratica quanto il padre, Tomasi affida il compito di spazzare via una volta per tutte ciò che di Fabrizio rimane: Bendicò che è nome, stemma, casato. Proprio lei, che il padre volle preservare dall'ingresso in un mondo nel quale non si sarebbe mai integrata (non permettendole di amare Tancredi), lancia dalla finestra ciò che resta dell'alano. E nel corso di quel volo «au ralenti» per un istante la carcassa di Bendicò assume la forma del «Gattopardo araldico di casa Salina con il quale il Principe si era sempre identificato. Il quadrupede tiene sollevato "l'anteriore destro". Pare che imprechi. La visione è dantesca»: se Vanni Fucci nel canto XXIV dell'«Inferno» dantesco «fa le fiche con entrambe le mani alzate. Qui basta una zampa sola». È una conclusione densa di disperazione e di rabbia. Forse Fabrizio (come La Ciura) sta ormai godendo dell'immortalità donatagli da Venere, ma sulla terra si è immortali finché dura la «memoria attiva del casato». Concetta la cancella. Fabrizio muore definitivamente per la seconda volta dopo un ultimo cinematografico e fiero – ma disperato – tentativo di "danza araldica". Di questa morte avrebbe sicuramente gioito quel «cornuto» di Garibaldi.

Ivo Flavio Abela

Claudia Cardinale:
Angelica nel film "Il Gattopardo" di Luchino Visconti

domenica 26 febbraio 2012

Il «Romanzo messinese» di Giuseppe Loteta. Ovvero l'elogio della brevità in un romanzo di formazione

Giuseppe Loteta, «Romanzo messinese»,
Pungitopo, 2011
Intorno al 245 a.C., licenziando la nuova edizione degli «Aitia», Callimaco avrebbe premesso ai suoi distici un Prologo in cui attaccava i suoi detrattori denominandoli Telchini (nome di alcune creature che popolavano l'immaginario mitologico: sorta di folletti maligni che lavoravano i metalli a Rodi e a Ceo). Essi in precedenza avevano forse criticato il poeta perché si era rifiutato di scrivere un lungo carme continuo. Non è facile oggi comprendere a chi Callimaco alludesse, sebbene il pensiero corra spontaneo ad Apollonio Rodio e alle sue «Argonautiche»: lungo, complesso e monumentale poema epico sulle gesta di Giasone, che riportava in auge l'epos di ascendenza omerica. Callimaco, poeta di circoscritti e raffinati quadri mitologici da cui non erano banditi gli aspetti sentimentali, dichiarava così la sua avversione al «grande libro», percepito come «grande male».

Ho appena letto «Romanzo messinese» di Giuseppe Loteta, siciliano trapiantato a Roma dal 1959, giornalista (è stato – fra l'altro – caposervizio interni e inviato de «L'Astrolabio», poi inviato de «Il Messaggero»), già cimentatosi nella scrittura non giornalistica (soprattutto da un ventennio. È autore infatti di una biografia di Fernando De Rosa per Marsilio e di «Messina 1908» per Pungitopo).

Una certa ritrosìa non mi aveva permesso di decidermi a leggere il libro di Loteta prima di adesso: quel messinese del titolo non mi piaceva. Mi faceva pensare che avrei letto il solito testo dai risvolti paesano-campanilistici: legato, cioè, non solo geograficamente, ma anche "eticamente", a una realtà troppo circoscritta e pervasa di bummuli, marranzani, arance rosse, scialli neri e lunghi fin dietro il deretano, coppole e facce sfregiate, lupare, cannoli, madonnine in mezzo al mare benedicenti noi «et ipsam civitatem», Scilla e Cariddi in lotta contro il ponte sullo Stretto e stocco in tutte le salse (in verità lo stocco c'è e in "ghiotta" presenza). Personalmente mi bastano i libri di Andrea Camilleri e il Giuseppe Culicchia di «Sicilia, o cara», che contribuiscono già a cristallizzare l'oleografia in cui la Sicilia viene ridicolmente e anacronisticamente ingabbiata pure in epoca di globalizzazione galoppante. Alla fine ho ceduto.

Giuseppe Loteta con Vittorio Gassman e Marco Pannella
(L'Aquila, processo per il caso Braibanti)
Nel titolo figura anche la parola romanzo. Sicché mi sarei aspettato una narrazione articolata, dotata di un intreccio quantomeno intrigante e di un corpo sufficientemente tridimensionale (se c'è una cosa che caratterizza in genere il romanzo, essa è il suo sviluppo in larghezza e profondità, ancor più che in mera lunghezza. Anzi la lunghezza è proporzionale all'entità delle altre due dimensioni. Provate a tradurre un romanzo in un ipertesto e ve ne renderete conto). Ma il sottotitolo, «Racconti», si contrappone subito al titolo. Evidentemente Loteta sa bene che 'romanzo' è anche il libro di racconti legati da uno specifico fil rouge. Tale filo, nel caso specifico, sembra essere fornito dall'origine geografica messinese dei personaggi che popolano tutti i racconti (di ogni personaggio è peraltro lecito cogliere, pur nella sintesi cui fisiologicamente obbliga la brevità della forma scelta, un ritratto completo). Però quinte sceniche dei racconti sono non soltanto Messina, Mandanici, Milazzo e Stromboli, ma anche la Spagna, l'Africa, Milano e Napoli.

È sufficiente un dato geo-anagrafico – il «nato a Messina» o «in provincia di Messina» scritto sulla carta d'identità – per fare di diciassette racconti – in cui i titolari di quella carta d'identità agiscono – un romanzo? Secondo me no, soprattutto se si considera che Loteta (con mio infinito piacere però) supera la dimensione campanilistica e non fa della "messinitudine" una condizione esistenziale limitante (a differenza di quanto accade con una categoria ben nota e inflazionata quale la "sicilitudine"). Si è messinesi, ma si è anche greci: «Come viene fuori a Mandanici un nome proprio dell'antica Grecia?», si chiede l'autore nel primo racconto intitolato «Aristide», provvedendo quasi programmaticamente a rinsaldare i vincoli fra la Sicilia dei nostri giorni e la Magna Grecia, non diversamente da quanto fece Pirandello dichiarando di essere nato «in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti…corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Xaos». Si è messinesi, ma si è anche italiani: si va a combattere in Africa in nome della gloriosa Italia del Duce per non perdere il posto alla Banca Commerciale, la cui nuova direzione è in vena di licenziamenti a causa delle conseguenze della crisi del '29, piegandosi peraltro alle esigenze di una vita borghese uguale a Messina come a Milano (i toni e certe atmosfere ricordano «La gioia e la legge», uno dei «Racconti» di Tomasi di Lampedusa). Si è messinesi, ma si è anche un po' cosmopoliti: si vive in prima persona il fallito colpo di stato del 1981 in Spagna (e qui davvero farebbe ben poca differenza se Loteta fosse non messinese, ma napoletano, torinese o romano).

L'autore alla presentazione di «Romanzo messinese»
presso l'Università di Messina il 14 maggio 2011
Ma allora, caro Peppino (come ti chiamano gli amici), perché 'romanzo'? Forse perché «Romanzo messinese» è il classico Bildungsroman, cioè un romanzo di formazione, come peraltro rileva Vanni Ronsisvalle in quella prefazione che io ho voluto leggere soltanto dopo avere divorato i diciassette racconti e non prima (e ho fatto male perché, se l'avessi letta prima dei racconti, mi sarei risparmiato la fatica di spremermi le meningi). Peraltro è interessante rilevare che Ronsisvalle dichiara di avere ricevuto i racconti in bozza quando il titolo non era ancora stato scelto dall'autore. E ciò farebbe sospettare che Loteta per primo potrebbe essersi chiesto, dopo la redazione dei racconti: «Che cosa mai avrò scritto?» (si sa che il momento in cui si sceglie il titolo della propria fatica può essere quello in cui tutti i nodi vengono al pettine). Insomma è come se le vicende capitate ai personaggi disseminati nei racconti avessero segnato Loteta portandolo ad essere ciò che è: su quelle vicende ha fatto esperienza, in quelle vicende si è riflesso, quelle vicende ha introiettato ed elaborato. Non concordo con Ronsisvalle invece su un punto: eccetto che in un caso (il racconto «Come il nonno», di cui si dirà più avanti), non mi sembra affatto che i racconti di Loteta siano tutti (o quasi) romanzi non sviluppati (come appunto ritiene Ronsisvalle). Mi appaiono infatti equilibrati nella loro architettura, nonché perfettamente compiuti. Insomma «Romanzo messinese» non potrebbe mai essere il calviniano «Se una notte d'inverno un viaggiatore» (sebbene nel caso calviniano i dieci romanzi non siano abortiti, ma semplicemente interrotti).

Nilde Jotti a «Il Messaggero» durante gli anni '80.
Alla sua sinistra Giuseppe Loteta
Se la lettura di «Romanzo messinese» viene condotta alla luce di quanto appena detto, ogni singolo dato contenuto nei racconti acquisisce senso e valore in rapporto sistemico con tutti i particolari presenti negli altri racconti, a partire da quelli apparentemente più insignificanti quali i tetti e le antenne televisive colpiti dalla luce lunare alla fine di «Aristide». Per poi proseguire, ad esempio, con la vittoria del pragmatismo e della concretezza sull'intellettualismo di una sinistra e di un comunismo inconcludenti nel vagamente sciasciano «Il ragazzo rosso»: il rosso protagonista accetterà di trasferirsi in America per vivere, come lo zio che in America ha fatto fortuna, da «stimato cittadino della patria del capitalismo e dell'anticomunismo»Altri particolari: l'umorismo pirandelliano da «Uno, nessuno e centomila» de «Il sosia», in cui il proprietario di un bar, Totò, si fa sostituire per noia da un individuo in tutto e per tutto uguale a se stesso, il ragionier Passera, salvo poi riprendere il proprio posto, alimentando però nel lettore fino alla fine il dubbio se Passera sia lo stesso Totò che si prende gioco degli avventori del proprio bar o un sostituto che gli somiglia perfettamente; l'atmosfera da «Ultimi giorni di Pompei» de «L'isola» dove, attraverso la tessitura di due fili narrativi, si finisce per trovarsi in mezzo ad un'apocalittica eruzione; la prova del fatto che la Letteratura possa insegnare la Storia meglio della Storiografia in «Mezzanotte è passata da un pezzo», in cui – se n'è già fatto accenno – Loteta narra in prima persona il fallito colpo di stato spagnolo del 1981; la superstizione del fascistissimo don Luigi in «Sciopero al bar», con quello sciopero attuato dai dipendenti di don Luigi per protestare contro l'ingiusto licenziamento di uno di loro; quel bruciante 1943 di «Sfollamento», fra le cui righe sembra di risentire nostalgici echi dei «Ricordi d'infanzia» di Tomasi di Lampedusa a proposito del modo in cui i Loteta, Giuseppe e la madre rifugiatisi a Mandanici, conservavano i mobili della loro casa di Messina, che avevano portato con sé insieme ai libri appartenuti al padre morto due anni prima, e avevano collocato in una stanza affittata. Quest'ultimo racconto contiene peraltro un'originale definizione di 'cultura classica': «una cultura che sapeva vedere nelle cose, distinguere, setacciare e alla fine soffermarsi su ciò che è veramente importante per il genere umano, tralasciando aristocraticamente il resto», cosa di cui sarebbe bene informare Profumo, la Gelmini, ma anche Berlinguer; la straordinaria umanità di un sensato e pragmatico Don Chisciotte, ovvero il tenente Crimi di «Si torna a casa». E si potrebbe ancora continuare.

Un discorso a parte va fatto per il già citato «Come il nonno»: un potenziale grande romanzo. Quanto attiene infatti alla storia del marchese Duilio, nonno del protagonista, avrebbe potuto essere ampliato e forse avrebbe costituito una sorta di saga familiare (magari un po' derobertiana o tomasiana) sulla vecchia aristocrazia isolana. Singolare anche la prosa linda e asettica, quasi l'autore stesse scrivendo una cronaca giornalistica. Il finale risulta scolpito in quel reciproco integrarsi di Alfredo e della statua del nonno Duilio, sorta di puškiniano convitato di pietra in grado di vendicare se stesso attraverso il suo doppio animato Alfredo: una grande staffilata inferta all'ipocrisia paesana.

Loteta riesce a riconciliarmi con il panorama editoriale contemporaneo (fin troppo infarcito di spazzatura) anche per quella sua prosa linda, semplice, calvinianamente leggera, a tratti di un nitore neoclassico, tessuta su un italiano (finalmente) normativo, prova del fatto che non è necessario prodursi in artificiosi sperimentalismi linguistici per dimostrare di sapere scrivere.

La passione di Loteta per il racconto breve e raffinato sarebbe tornata gradita a Callimaco. E chissà che Peppino, non trasformando «Come il nonno» in un grande romanzo, non ci abbia in fondo risparmiato un grande male.

Ivo Flavio Abela


Il presente testo è dedicato a Onofrio Pirrotta che è scomparso appena due settimane fa, lasciando un grande vuoto. Proprio tramite il simpatico e brillante Onofrio ho avuto modo di conoscere ed apprezzare Peppino Loteta.

Da sinistra Giuseppe Loteta, Bettino Craxi e Onofrio Pirrotta
nel Transatlantico di Montecitorio


mercoledì 25 gennaio 2012

Questa sì che è Poesia!

Frederic Leighton, Vestale
Fra le sei funzioni del linguaggio individuate da Roman Jakobson, ve n'è una vituperata dal consesso dei poeti d'oggidì. Costoro s'autoesaltano compiacendosi della produzione di pseudoliriche da cui promana ora la sconcertante ovvietà di intenti e di contenuti, ora la tessitura debole e sfilacciata (tanto sul piano sintattico, quanto – qualora venga tentata una segmentazione – su quello strofico), ora gli involontariamente ridicoli portamenti ieratici (quasi il poetucolo produttore fosse il sommo sacerdote del culto di Euterpe, Erato e Calliope), ora quelli sdolcinatamente affettati – volontari stavolta – da diva del cinema muto (in verità i portamenti ieratici e affettati sembrerebbero maggiormente diffusi nella poesia prodotta da poetesse un po' sfrante), ora certo ermetismo che rende le frasettine di cui le poesiole si "sostanziano" nulla più che nugae (e nugelle) adolescenziali, tanto idiote da potere fare perdere clienti anche alla casa produttrice dei celebri Baci, qualora essa le usasse per addolcire ulteriormente i propri fragranti cioccolatini (non è pubblicità occulta e mi si perdoni il voluto martellamento degli 'ora').

Greta Garbo nelle vesti di Anna Karenina
Ci si sta ovviamente riferendo alla funzione poetica del linguaggio, espressione in cui 'poetico' va considerato nell'accezione etimologica greca che istituisce un vincolo di parentela fra tale aggettivo e il verbo poiéo ('faccio' nel senso di 'creo'). Col linguaggio del resto (lo insegna già Louis Trolle Hjelmslev) si può dire tutto, anche ciò che non è. Ma nel momento in cui lo si dice, gli si conferisce statuto ontologico (De Saussure docet in questo caso anche più di Hjelmslev: la parola informa di sé il pensabile, lo ritaglia, gli dà forma e consistenza. Ma pensabile è appunto anche ciò che non è). Perché il linguaggio è onniformativo. Ma 'sti poetucoli d'oggi, pur maneggiando uno strumento talmente plastico, non sanno né formare né creare più un cappero. Poeti più stinti che estinti.

Un giorno m'imbatto nel profilo facebookiano di Francesco Tontoli, per me emerito sconosciuto. Vedo che nella sua lista di amici (o supposti tali o sedicenti tali) figurano gli immancabili poeti (su FaceBook i poeti pullulano in quantità conigliesche). Uh! C'è pure una mia vecchia conoscenza: una poetessa sfatta un po' ignorantella, ma convinta di essere una virginea e inviolabile custode del sacro fuoco della poesia. M'incuriosisco (se 'sto Tontoli ha contatti con 'sta tizia magari è un poetucolo pure lui. Facciamoci quattro risate). Leggo il suo primo testo. Non male. Avrà avuto un colpo di culo e gli è venuto bene. Leggo il secondo. Anche questo interessante (azz!). Leggo il terzo e così via. Tutti degni di attenzione, ma soprattutto tutti denuncianti un labor limae che sfiora il trobadorico. Sono testi scritti da uno che conosce benissimo il potere della parola. E dunque da uno che la usa realizzandone ogni possibilità: la scarnifica fin nei suoi apparentemente irrilevanti valori fonici, la destruttura e la ristruttura, giunge a violentarla (ma la parola dimostra di gradire lo stupro). E fa tutto ciò con maestria impressionante. Insomma scopro un Poeta (notare la P maiuscola, prego) che crede profondamente nella poesia non sottovalutandone gli aspetti tecnici. Lo rivela già l'ultra senso che per Tontoli emana dalla poesia, giocato sulla falsariga dell'ultrasuono:


Silvano Drei, Notturno con pioggia
A volte la poesia ha un ultrasenso
un'onda non udibile si infrange
arriva alle soglie degli scogli sentinelle
rovescia cose cuori cianfrusaglie
dimore interiori impeccabili e ordinate
scioglie le statue di sale chiamandole lacrime.
.
Solo alcune volte non sempre
ma per quelle volte basta
smetti di leggere e già sei un altro
rifai le stesse cose con altri gesti
riconsideri la luce nelle foglie che precipitano
la linfa degli alberi che ancora vi circola
e allora ti stupisce il silenzio di una strada.


Si veda anche Le mani nelle nuvole:

Dalle grandi mani nelle nuvole
che seminano pioggia, e controvento
si stracciano in gesti di benedizione,
l'autunno fa cadere la sua estrema unzione.
.
Libera foglie contro i soffitti del cielo
e si avvia verso stagioni di digiuni di luce.
Ma ancora offre particelle in sospensione
che danzano luminose viaggiando e divagando.
.
Essere in quelle cose, morirci dentro
rimanere accanto all'altro remigante
mentre si passa su uno schermo trafitti al centro
dal raggio che ci coglie e ci sorprende.
.
Illuminati almeno dal tenero mistero
di un peccato semplice: esistere davvero.

Perfetta la quartina iniziale (in quanto perfetta è la fusione fra contenuto e forma – con 'forma' intendo lessico e distribuzione delle parole nei quattro versi). La terza quartina denuncia una sapiente arte della citazione (il pensiero corre a Quasimodo). Intensa l'immagine del peccato di esistere che non è però imperdonabile o mortale. Tenero e semplice contribuiscono a stemperare infatti il contesto in cui quel peccato è nominato. Se poi la filologia non è un'opinione, quell'esistere davvero posto nel finale, quasi fosse il culmine di una climax (e del resto introdotto dai due punti esplicativi), è la chiave di lettura di tutto il testo. Fin d'ora va sottolineato che Tontoli riduce l'uso dei segni di punteggiatura (nel senso che ne fa un uso parco), preferendo una sorta di flusso continuo. Tuttavia non rinuncia al punto che è alquanto ricorrente, usato però spesso come "paletto": indicatore testuale di limite (lo si vedrà dai testi poetici riportati più avanti).

La sapiente rifunzionalizzazione della parola (che è implicitamente rifunzionalizzazione concettuale) domina ancora in Dura crisi: in epoca di crollo delle finanze, quando tutto viene passato al microscopio del calcolo, quando anche il piacere viene ridotto a un atto meccanico … pure la vagina (quell'emottisi del quarto verso le è pertinente?) viene scrutata freddamente attraverso un imbuto (un vaginoscopio? Uno speculum?).

Dura crisi, quasi porno
poi ci torno, ma prima
prima quasi in anteprima
tornerei all'emottisi
di quando divoravamo
tutte quelle ostriche
e lo champagne scorreva
a fiumi sul nostro piacere
ah, che piacere che era!
ricorderai che spostavamo
le montagne su quel letto
tutto era perfetto.
In cima alle tue tette
ci avevo messo perfino la bandiera.
Poi capitò quel primo scivolone in borsa
e in affanno per la corsa della vita
bruciammo quel falò di vacuità.
Dico che anche l'amore ora
è sottotitolato e senza felicità.
Adesso scruto nell’imbuto
ogni mattina questo tristo sesso
calcolando il differenziale
degli ex lazzi e frizzi
tra spread e spritzi.


Edward Munch, Il bacio
Un poeta simile, quando diventa erotico, stupisce. Perché riesce ad esprimere l'ineffabile. L’attraverso ne è una prova:

Eravamo ti giuro allo specchio
posso dirlo è successo per caso
abbiamo attraversato l'istante
ci siamo davvero passati davanti
.
devo aver visto che ti avvicinavi
eri dietro di me sentivo il tuo sguardo
posarsi caldo sulle mie spalle
.
mi hai abbracciato chiudendo gli occhi
così mi hai stretto anche con gli occhi
e io ti guardavo teneramente sorridere
come se, lo sai tu sola come
.
mi avevi negli occhi
io non lo so come
e dentro lo specchio
io tenevo noi.

In una dimensione fatta di umano narcisismo (creata da quel vedere il riflesso del proprio amore sullo specchio) e di un piacevolmente torbido voyeurismo (dato dallo spiare il proprio amore sullo specchio), s'incastona l'immagine degli occhi di lei che racchiudono lui chiudendosi e annullando, in quella chiusura, ogni limite fra spazio interno e spazio esterno. Il lettore potrebbe fantasticare oltre nell'ermeneusi del testo. Perché in fondo quel lui richiuso dagli occhi di lei sembra una metafora (resa velatissima mediante un potente atto di sublimazione verbo-iconica) di un atto sessuale preludente a un concepimento. Ma non è finita. Si legga il testo che segue:

I
ci sono state altre vite mie
immaginate sempre in grandi assenze
e quando le riguardo tutte in fila
le volte che mi soffermo a leggerle
vi trovo manifesti di intenzioni e confidenze
.
devo essermi laureato varie volte in una
diventato cercatore d'oro o ferroviere
ho anche scalpellato marmo nelle cave
ho seppellito dei corpi e delle asce
e poi sono stato giardiniere del re
specializzato naturalmente in rose
.
in tutti questi e in altri talenti e gesti
in tutte le altre pose a pensatore
a uomo d'azione che si spende in cause
vinte o soprattutto perse non importa
.
in tutte quelle cose c'eri
mi correvi dentro
come proprio il significato stesso
dei significati.
.
II
.
la lingua eri che si apre il varco tra i denti
e percorre la fessura della bocca non ancora schiusa
così da definire l'interna percezione
di come siamo ottusi nel crederci morti
di come siamo muti nel parlare attraverso i sogni
fino a quando articoliamo con dolore le parole
.
la mano eri quella di un altro io in un altro dove
che non si fa e non si disfa ma tratteggia
disegna strade case interni alberi
e possibilità di essere lì trasognati
.
essere in quella donna che passeggia sola
nel finanziere che esce indaffarato e indugia
eri nel vedere la foglia impertinente
appiccicata all'abito autunnale
in quel bambino che fatica a tenere il passo
quel passo dell'adulto che non lo rassicura
.
III
.
eri tu come un me virato ad altro senso
che percorre un'ulteriore strada inaccessibile
.
e in un amore eri
(in un amore in fondo si è)
perfino nel suo odore
in un amore pensato come mai nato
.
insomma eri in tutte le somme e le divisioni
che si fanno alle ascisse degli incroci
in una città vagamente ortogonale
coi semafori sempre gialli alle ordinate
dove traccheggiano sui marciapiedi
musicisti spacciatori e tirapiedi
.
IV
.
avendo avuto una vita che non vissi
nemmeno in un passato straremoto
semplicemente in quel passato trafugato
mi divenne essa stessa un accidente
e neppure un futuro benpensato avevo in mente
.
(un tempo incosato curvo su se stesso non lo possedevo)
.
avevo dunque un presente complesso
talmente ingarbugliato e imperfetto
talmente condizionato e tale che
tutti gli altri tempi erano ridotti a un minimo
di pura e incausata sussistenza
.
ero stato figlio di un non ricordo qual maestro
e genitore disattento di altre domande evase
che si erano sparse per l'universo mondo
creando altri universi per corrispondenza
e solo poco diversamente orientati
diretti verso altri mondi controversi
.
e chiamavamo tutta questa cosa amore
come chi voglia risolvere una definizione
nel puro giocoforza di cosarla
.
ma seppure fossi stato dotato di malizia
non sarei riuscito a richiamarla in altro modo
mentre altri pur non chiamandola
la sentivano arrivare e ne venivano ghermiti
alcuni nel sonno altri nel loro gioco di sempre
la vita di giorno in giorno su ogni giorno avvitata
.
come sopra a un sovraesposto pudore
.
V
.
eccomi al dolore
.
si direbbe quindi quello di vivere
ma non è vero
.
fa male quello di essere
ed è un dolore ben più articolato
con diversi sostantivi
aggettivato e supposto come animato
.
un dolore luminoso fuggito dal plesso solare
con quei raggi disposti a filo spinato
costruito intorno a un edificio senza risposte
senza forma e con le finestre murate
.
e nel dolore tu eri
perfino lì dentro
e non eri tu il dolore
ma appunto di nuovo
il suo strano significato.

Tamara De Lempicka, Dormeuse (1931-1932)
Il dolore non è qui quello di vivere (come scontatamente ci si attenderebbe, considerata anche l’atmosfera montaliana), ma è quello di essere (dolore ontologico e non semplicemente esistenziale: più profondo, più "antico" e più irredimibile dunque). Le parole (quelle che generalmente danno forma tanto all'indistinto pensabile possibile, quanto all'indistinto fonico possibile) sono anch'esse articolate con dolore, quasi individuare le cose (cosare per l’appunto) e poi riconoscerle fossero operazioni dolorose. Giocoforza anche il bambino soffre (se il dolore è ontologico, deve soffrire per forza). Infatti segue il passo dell'adulto senza esserne rassicurato. Il dolore è nucleo tematico principale. Il dolore e non l'amore. Anche se quest'ultimo, che aleggia tra le righe prima subdolamente, poi – dalla IV parte in avanti – più chiaramente, sembrerebbe il protagonista vero. Non lo è perché esso si riduce a emanazione del dolore (i tre versi conclusivi lo confermano). Ci troviamo al cospetto di un testo fortemente "strutturalista" non soltanto per quanto attiene alla gestione dei contenuti, ma anche per l'uso di un lessico tecnico (valgano come esempi in particolare la III strofa della III parte e l’intera IV parte).

Per concludere non posso non riportare quello che per me è un testo linguisticamente geniale (quando lo lessi per la prima volta, la mia mente venne attraversata da alcune immagini di Metropolis di Fritz Lang e da un assordante e ossessivamente ricorrente Zang tumb tumb marinettiano), in grado di suscitare immagini acustiche dense di caotico dinamismo, specchio a sua volta di certo consumismo che non arretra neanche al cospetto della crisi: esseri umani e automobili frettolosamente, caoticamente, meccanicamente corrono a destra e a manca, ciascuno producendo la sua musica. Ma la somma delle musiche prodotte da ogni essere umano e da ogni automobile è rumore (in alcuni casi un insopportabile stridore che ci corrode il cranio e non solo l'udito). E anche se non fosse rumore, sarebbe una sinfonia piena di dissonanze che farebbe impallidire, disorientandolo e straniandolo, anche l'ascoltatore più dotato di orecchio musicale. Basti leggere soltanto le parole disposte a sinistra nei primi quattordici versi (includendovi il primo): grattetempi, atte a, e tinnire di, arrotare, nelle zigrinature, delle calotte craniche, stridono sui metallofoni. Vi si ravvisa una concentrazione disforica soprattutto di vibranti (r) e geminate: è il trionfo dello stridore ritmicamente organizzato dai colpi inferti dalle geminate stesse. Questo è sperimentalismo arditissimo, non gratuito né esornativo. E anche se il Natale (il testo è stato diffuso un mese prima del Natale 2011) fa riscoprire l'umanità di cui siamo fatti, quello spread riporta in campo le aspre sonorità concentrate in particolare nei primi versi. La crisi ci ha rovinato anche la festa (oltreché il sesso, come rilevato in precedenza). Il titolo è particolarmente accattivante: Avventi (Grattatempi su carta da musica). Il testo viene riportato mantenendo la disposizione delle parole che possiede nell'originale diffuso (è del resto un esempio di poesia visiva).

Grattatempi su carta da musica
                      partiture fatte di
                                     code di rumori
atte a
                                     penetrare chiocciole
e tinnire di
                                     martelletti alieni
arrotare
                                     di coltelli che affondano
nelle zigrinature
                                     delle anse
delle calotte craniche
                                      perniciose creature sonore
stridono sui metallofoni
battono
                 sulle
                       pelli
                              tese
                                    dei cilindri
campanule appese
                                  sfioriscono
                          orecchianti
e annusanti
                       sordi ciclopi
nelle loro ferramenta forgiano metallo-manie
clangori
                      assai urtanti
               orde di note attonite
jingles acufenici
                                                                di venditori anonimi
spacciano
                   ridacchiano
morsicchiano
                                               i padiglioni
                                          auri-neuricolari
                                               ronzano
                   fremono
                              ardono di suoni
                                                                esafoni tetrafoni pentafoni
(in pantofole invernali)
                                                              registrano il rumore del fiocco di neve
                                                              quando si posa sull'asfalto
                             "Sembra stia arrivando letale il Natale..."
                                                ripetono acciuffando
                                                e triturando il silenzio
                                 impacchettando le risonanze squassate
                                            sulle pause degli incroci
(è presumibile che le onde sonore rispettino i semafori).
Giù dagli scivoli le lucivetrine ammiccano
l'occhio
              si sfinisce
                              si scolorisce
                                                          si spazientisce
                          infine lacrima una poltiglia
                                                                               di bitume e sale
al tatto
                  si direbbe che le tasche
                                         siano vuote (....)
quanto i cervelli stanchi di indugiare sul pallido
                                      natale
tale e quale e pure omonimo
acronimo
                        eteronimo
come minimo
                                   a quello dell'altr'anno
e dell'altro ancora.
                Ci si tocca per non dimenticarselo
                per non scordare che sia pur essendo gelido
è pur sempre un epifanico
                                                    gradevole strumento
di obliterazione di carezze.
                                   Vivi e rinati eccoci lucidi e imballati
                         con il sorriso che valuta lo spread differenziale.

Che aggiungere? Nulla. Anzi … solo che le caste esistono anche nella Letteratura e nella Poesia. E Tontoli (purtroppo) non ne fa parte.

Ivo Flavio Abela