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venerdì 3 giugno 2022

I Piccolo e il mistero della vita invisibile in «Bonjour Casimiro. Il barone e la villa fatata» di Alberto Samonà

Giulio, innamorato della sua Palermo  ̶  quella ottocentesca e primonovecentesca delle grandi famiglie aristocratiche, in cui Wagner aveva composto parte del suo Parsifal  ̶  e appassionato di filosofia e occultismo, si reca nel 2003 alla villa in cui sono vissuti alcuni membri della famiglia Piccolo, sulle colline nei pressi di Capo d’Orlando. Il pretesto gli viene fornito da Bent Parodi, discendente per parte materna addirittura da Hans Christian Andersen e presidente, a partire dagli anni Ottanta, della Fondazione di cui la tenuta è ancora oggi sede. Bent aveva organizzato un convegno cui Giulio avrebbe partecipato con la sua relazione dal titolo Alchimia e trasmutazione dei metalli come paradigma della trasformazione di sé. Tale situazione ci viene presentata da Alberto Samonà lungo le prime pagine del suo Bonjour Casimiro. Il barone e la villa fatata (Rubbettino, 2021), sebbene l’incipit vero e proprio focalizzi la nostra attenzione sulla figura del barone Casimiro Piccolo senior. A quest’ultimo si deve la ristrutturazione di un’antica dimora, verso la fine dell’Ottocento, che sarebbe diventata appunto Villa Piccolo e in cui lo stesso Casimiro senior si sarebbe stabilito, stanco di una Palermo segnata dal modernismo galoppante e dalla vita mondana per lui ormai vuota. Isolarsi sulle colline di Capo d’Orlando significava assaporare il gusto della natura e stabilire un contatto con la parte più profonda di se stesso.

I figli di Casimiro senior erano anche il suo cruccio: Giuseppe viveva dissipando il denaro di famiglia e impegnandosi in avventure extraconiugali, una delle quali  ̶  con una ballerina conosciuta al Teatro Politeama  ̶  ne causò il trasferimento a Sanremo, lontano dalla Sicilia nella quale mai sarebbe tornato; la figlia pativa di depressione, aveva sposato un conte piemontese e si era trasferita a Torino, dove occasionalmente riceveva la visita della madre, Agata Moncada Notarbartolo. Insomma né l’uno né l’altra manifestavano il minimo interesse verso la tenuta amata dal padre e verso ciò che essa rappresentava per lui. Ma Casimiro avrebbe avuto la soddisfazione di vedere la nuora (moglie di Giuseppe e ormai separata da lui) e i tre nipoti stabilirsi nella sua villa. Dei tre Lucio divenne poeta, Agata Giovanna (che fu sempre chiamata semplicemente Giovanna) era appassionata di botanica e scrisse un piccolo libro su una pianta rarissima che cresceva nel giardino, Casimiro junior (che dunque portava lo stesso nome del nonno) fu fotografo e pittore provetto, si appassionò di occultismo ed era coltissimo e capace di leggere autori  ̶  alcuni ancora sconosciuti in Italia  ̶  in lingua originale.

Rendeva interessante ed inquietante Casimiro junior la sua passione per quelle stranissime creature che nel nostro immaginario si legano alle favole e alle antiche saghe mitologiche soprattutto nordiche e greche. Egli affermava di vederle durante le sue passeggiate intorno alla casa. Quando ciò capitava, le riproduceva in pittura: elfi, folletti, streghe, lo stesso dio Pan e ancora inquietanti personaggi dalle caratteristiche a metà tra l’umano e l’animale. A ciò si aggiunga la realizzazione di un vero e proprio cimitero dei cani che la famiglia aveva posseduto nel corso degli anni e che erano morti, insieme a qualche gatto: ogni animale aveva la sua lapide con tanto di nome inciso; due volte alla settimana venivano cambiati i fiori sulle loro tombe, affinché essi fossero sempre freschi.

Del resto i cani erano reputati i veri custodi della villa: garantire loro una sepoltura serviva non solo a preserverne la memoria, ma a riconoscerne il ruolo di protettori del luogo che essi  ̶  secondo Casimiro  ̶  continuavano a esercitare poiché la loro vita non era finita, ma aveva semplicemente abbandonato il piano fisico. Casimiro, intervistato da Vanni Ronsisvalle nel 1967 (l’intervista è contenuta nel documentario Il favoloso quotidiano prodotto dalla Rai), affermò di avere sentito il latrare di almeno un paio dei cani sepolti in quell’originale cimitero (e non era certo stato il solo a udirli). Quel complesso di sepolture canine (e anche un po’ feline) era la sede ideale di tutte le energie vitali, di tutti gli esseri strani e misteriosi che appartengono allo stato intermedio tra quella che per noi è la vita materiale e reale e ciò che invece non vediamo, ma che Casimiro “vedeva” poiché era riuscito ad attivare una modalità percettiva che si spingeva oltre quella garantita dai sensi. In verità tutti e tre i Piccolo rispettavano la morte e in essa vedevano un evento non certo destinato a troncare i rapporti tra quanti essa si porta via e coloro che le sopravvivono: scomparsa la madre, i tre Piccolo continuarono a dialogare con lei e non mancarono mai di fare apparecchiare anche per lei in tavola ad ogni pasto, spesso consumato in orari improbabili. Per il resto la casa era stata strutturata in modo tale che gli occupanti potessero anche non incontrarsi per giorni.

Casimiro  ̶  si è detto  ̶  era anche coltissimo. Aveva provato a scrivere poesie e nove di queste furono pubblicate con il patrocinio di Eugenio Montale. Era stimato dal cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che trascorreva lunghi periodi nella tenuta dei Piccolo e proprio con Casimiro dibatteva a lungo  ̶  sempre all’insegna dell’arguzia e della più raffinata ironia  ̶  sulla letteratura e sui nomi di giovani e rampanti uomini di lettere che i due avrebbero voluto introdurre nel loro ambiente culturale: i due si adagiavano su uno dei tanti sedili lapidei disseminati nell’ampio giardino e si fronteggiavano per ore. Tomasi riusciva a essere particolarmente tagliente (ce lo ricorda, del resto, anche Salvatore Silvano Nigro nel suo Il principe fulvo, di cui a suo tempo ho parlato qui: https://ivoflavio-abela.blogspot.com/2012/03/il-principe-fulvo-di-salvatore-silvano.html). Era amato dai cugini che lo chiamavano «mostro» per la sua vastissima formazione. E «Il mostro» si firmava l’autore de Il Gattopardo quando vergava le sue lettere ai Piccolo. Amava la loro villa perché vi ritrovava l’atmosfera che aveva respirato durante l’infanzia e di cui rimane traccia nei suoi Racconti. Avrebbe desiderato tornarvi, come testimonia una sua lettera scritta quando era già ricoverato a Roma a causa della malattia: il desiderio rimase tale a causa della morte poi sopraggiunta. I Piccolo e Tomasi furono davvero gli ultimi gattopardi: gli ultimi membri di un’aristocrazia che non era tale solo per ragioni araldiche, ma anche perché era il riflesso di un modo superiore di sentire. Poi  ̶  come Tomasi del resto scrisse nel suo romanzo a proposito del principe Fabrizio Salina  ̶  avrebbero preso il sopravvento jene e sciacalletti (insieme al frac, dal taglio mostruoso, che Calogero Sedara indossa per il suo ingresso ufficiale in casa Salina).

Quanto fin qui riferito non è affatto esaustivo dei contenuti del libro, ma sarebbe ingiusto rivelare al lettore le vicende di Giulio e dei Piccolo, quelle di altri personaggi tra i quali riveste un ruolo decisivo Edith, un’interessante e alquanto inafferrabile studiosa che prende parte allo stesso convegno cui anche Giulio è stato invitato. Fin d’ora si sappia però che Bonjour Casimiro. Il barone e la villa fatata è  ̶  al di là della ferrea e documentata ricostruzione dei rami paterno e materno dei fratelli Piccolo, spesso colma di particolari inediti o comunque ignoti ai più  ̶  un libro in cui la visionarietà di Casimiro viene significata con una prosa elegante e leggera: Alberto Samonà (che forse ha trasfuso parte di sé in Giulio, erede ideale di Casimiro) ha scritto un raffinato, colto e appassionato divertissement.

Ivo Flavio Abela

lunedì 10 settembre 2012

«Finistoriae» di Annalisa Montironi. Quando, nel 1870, finì ogni storia. Anche quelle fissate nella pietra


Finistoriae di Annalisa Montironi (edito da Prova D’Autore nell’ormai lontano 2004): ecco un romanzo in cui marmi, pietre, antichità romane – testimonianze materiali di un passato mummificato, misterioso, angosciante, oscuro, ridotto allo stremo della resistenza fisica – sono esseri animati. Vivono e respirano immotamente, rimproverano, giudicano, condannano. Un romanzo in cui l’essere umano si tramuta in spazio fisico e architettonico, in edificio lapideo, subendo una metamorfosi classicamente mitologica («In principio l’amata era come la piazza davanti a San Pietro». Poi diviene «arco marmoreo, immenso, disteso nel cielo sopra campagna e colli»).

Dopo alcuni mesi di permanenza a Roma, Ignazio Dalla Francia è costretto a ritornare nel proprio paese d’origine, Giredo, nel 1870, mentre lo Stato Pontificio di Pio IX sta cedendo alla piena dei bersaglieri sabaudi e deve rassegnarsi, come già dieci anni prima il Regno delle Due Sicilie, ad essere annesso al Regno d’Italia. Ignazio vive perennemente schiacciato dal peso secolare di un casato presuntamente prestigioso. Il peso diventa insostenibile quando decide di sposare Augusta, una giovanne donna appartenente a una famiglia decaduta, che il granitico e integerrimo padre di Ignazio, cioè Odoardo Dalla Francia, cavaliere dell’Ordine di San Gregorio Magno, governatore di Giredo e Acquasparta, fedele collaboratore del papa, forse non accetterebbe mai come nuora. Finché soggiorna a Roma, Ignazio immagina e narra a se stesso e ad Augusta storie che gli consentono di alleggerire la zavorra di ciò che è stato. Ma a Giredo il passato si palesa in tutta la sua crudezza e lo accusa di mediocrità: «L’edificio s’innalza a rimproverare me, ultimo Dalla Francia, dell’incapacità di vita che manifesto ogni giorno».

Caravaggio, Medusa, Firenze, Galleria degli Uffizi
E così Ignazio decide di ricostruire la storia del suo casato per scoprire inediti orizzonti ermeneutici tali da consentirgli di reinterpretare il senso della propria vita. S’imbatte prima in un fascicolo di lettere alludenti al progetto di un’opera erudita, districandosi fra nomi vagamente parlanti (Teichicrate) e isidoriani dettagli alessandrinamente eziologici (Stainpace). Quindi nell’immagine inafferrabile di una donna che appare fra i flutti: il pensiero corre alle sirene di certa letteratura. Ma questa sirena è simbolo di morte cruda e pronta a ghermire, diversa dunque da quella che s’accampa sulle profondità marine e nelle pagine di «La verità sul caso Motta» di Mario Soldati. Diversa anche dalla Lighea tomasiana (poi trasfusa e trasfigurata nella Venere gattopardesca e nella giovane in abito da viaggio che verrà a prendere il principe Fabrizio Salina). Altra cosa insomma rispetto alle sirene che sono il massimo erotico cui l’uomo letterariamente aspira, l’eterno premio concesso all’uomo frustrato dalla necessità di vivere nel disagio, nel disadattamento, nel dolore: il simbolo subliminale della morte felice e serenatrice incosciamente vagheggiata.

Le indagini di Ignazio proseguono. Ed egli decide di narrare la storia del proprio casato seguendo lo snocciolarsi, sotto i propri occhi, dell’albero genealogico di famiglia. Ignazio lo ripercorre avo dopo avo, confidando ciecamente (così almeno sembra al lettore) nelle capacità terapeutico-risarcitorie della letteratura.

Ancora pietre. Anzi pietre, mattoni e modifiche architettoniche alla struttura della residenza di una famiglia i cui membri più antichi hanno tentato tutto pur di insabbiare il loro originario rango di artigiani dell’oro (che avrebbe procurato loro solo il rispetto della locale minutaglia e non certo dell’aristocrazia di Giredo). Talora gli avi vengono subito identificati sulla base delle modifiche architettoniche da ciascuno di loro apportate alla residenza familiare. Non dunque sulla base di azioni concrete che finiscono per essere marginali, se non esornative (più volte caratterizzate, del resto, dalla disonorevole pratica dell’usura), quasi nella modifica architettonica, nella disposizione di una nuova pietra, si fissasse a fuoco il senso vero della condotta dell’uomo. In tali pagine aleggia a tratti una vaga atmosfera ora da croniniano «Castello del cappellaio», ora da ventisettana manzoniana, ora da feuilleton dai risvolti a tratti noir, a tratti decisamente gotici.

Ma quando la condotta di un avo genera delitto e morte la pietra viene abbandonata: sono sufficienti un piano di calpestio semplicemente battuto e non mattonato, una cassa dalle assi grezze, i semplici prodotti dell’orto per occultare (ma con quale risultato?) la morte operata o indotta. Perché delitto e morte devono rimanere al fianco dell’assassino: ne saranno i carcerieri. E poi perché un giorno essi dovranno riemergere a deturpare l’immagine del casato.

Giuseppe De Luca nei panni del verdiano Rigoletto
Non sembra inutile citare in particolare due avi di Ignazio: Filippo e Vincenzo. Nel primo la passione per l’antico (smodata e ossessiva al punto da costringerlo a lavorare l’argilla, cercando di realizzare perfetti buccheri) schiaccia e annichilisce la sfera affettiva: Filippo non riesce ad assolvere al ruolo di padre e si uccide proprio per far sì che suo figlio non debba amare un essere come lui. Il secondo, il figlio che Filippo ha voluto rendere orfano uccidendosi, subisce un destino che è «geometria divina che rende la sua vita [...] somigliante a quella del padre, e morta, come quella, ai sensi comuni» (corsivo mio. N.d.r.): muore sua figlia. Eppure proprio a lui sembra essere riconosciuta la capacità di compiere azioni rette, se è vero che per sua iniziativa vengono eseguiti «grandiosi lavori di sistemazione in mattoni rossi che ancor oggi alleggeriscono la corte, le logge e gli archi dai quali così dolce è ammirare il gran monte incombente, e il graziosissimo pozzo nuovo, incassato nel pilastro presso la cappella».

Se i marmi, le pietre, i mattoni possiedono proprietà talmente singolari, vivono e respirano, si ritagliano un ruolo protagonistico, chi riesce a maneggiarli, scolpirli, combinarli, non è da meno: lo scalpellino è una sorta di alchimista depositario di un potere occulto. Tale è l’«artigiano deforme» e sporco, dallo «sguardo impudico» e dalla «natura stregonesca», che si rivolta contro il signorile e giusto Vincenzo, colpito dalla maledizione dello stesso scalpellino-stregone solo per avere preteso onestà e garbo: l’innocente figlia di Vincenzo annegherà in un pozzo. Sembra la rivincita dello hughiano Triboulet o del verdiano Rigoletto, se si vuole («Ah! La maledizione!»).

Papa Pio IX
Ricostruite le vicende del casato, con Ignazio la storia (ogni storia) finisce dopo un’ultimo picco rappresentato dalla tenacia, dall’integrità, dalla lapidea coerenza del padre Odoardo. Quest’ultimo rifiuta fieramente di continuare a mantenere anche sotto il Re sabaudo l’incarico di governatore che ha detenuto sotto Pio IX (non diversamente da quanto aveva fatto l’ultimo dei Gattopardi, il principe Fabrizio Salina, rifiutando la proposta sabauda a lui pervenuta tramite Chevalley). E se nel romanzo tomasiano la forza e la memoria del casato vengono cancellate definitivamente da Concetta Salina, allorché quest’ultima lancia dalla finestra ciò che rimane della carcassa di un Bendicò da anni imbalsamato e roso dai tarli, qui «la forza della stirpe» si esaurisce per consunzione con Ignazio, figlio di un essere gattopardesco quanto il Fabrizio di Tomasi. Concetta e Ignazio sono entrambi figli degli ultimi rappresentanti di un mondo travolto da Garibaldi, dai Savoia, dall’Italia unita. Ma se la forza d’animo, la determinazione, la tempra felina consentono a Concetta di sbarazzarsi del casato per motivi oggettivi e senza alcun senso di colpa, la stirpe muore in Ignazio a causa dei suoi mali soggettivi ed esistenziali, a curare i quali – non a caso – vengono invocati l’amore coniugale di Antonia e quello dei figli che i due un giorno avranno. I Dalla Francia si ritirano dal nuovo mondo e si chiudono nell’alveo – borghese, ma rassicurante e sereno – di un focolare domestico: Ignazio non è il derobertiano Consalvo.

Finistoriae è un romanzo inattuale per materia, registro linguistico (tanti aulicismi), anacronistici stilemi da letteratura d’altri tempi, ampie concessioni al genere epistolare. Tanto inattuale da risultare originale in quanto celebrazione estetica di una forma che torna finalmente a ricomporsi in un nitore fin troppo oltraggiato dai tanti – spesso gratuiti e inutili - sperimentalismi letterari odierni.

Ivo Flavio Abela

venerdì 9 marzo 2012

«Il Principe fulvo» di Salvatore Silvano Nigro e l'ultima danza del Gattopardo



Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Alessandra Wolff
Nel 1967 una troupe televisiva si presentò a Lucio, Casimiro e Agata Giovanna Piccolo nella loro residenza di Capo D'Orlando. Era guidata da Vanni Ronsisvalle. Lucio "cavalcava" una cassapanca barocca e ferrata. Il vecchio mobile conteneva le lettere che Tomasi aveva inviato ai cugini Piccolo dall'estero (soprattutto dall'Inghilterra e dalla Germania). Lucio raccontò che avrebbe voluto pubblicarle (sebbene ritenesse che poche fossero le lettere davvero pubblicabili), ma l'idea di doversi consultare con un'«orsa baltica» («imponente e irsuta, e tanto più temibile in quanto addestrata nei circhi massimi della psicanalisi») quale la vedova Lampedusa, cioè Alessandra Wolff, l'aveva fatto desistere. Meglio confinarle a Solicchiata, sulla fiumara di Naso, dove sarebbero state custodite dalle fate che abitavano la «casa ispirata». Ma le fate si rivelarono pessime guardiane e un giorno (molto vicino ai nostri) le lettere sarebbero state pubblicate in Inghilterra, rivelando non solo le due probabili fonti di ispirazione (gli stendhaliani «Mémoires d'un touriste» e le «Lettere scritte dall'Inghilterra» di Foscolo), ma anche i sulfurei strali sbeffeggianti scagliati da Tomasi contro lo stesso Lucio e contro le tendenze occultistiche dei Piccolo.

Lucio Piccolo
Quella di non potere bypassare l'eventuale autorizzazione dell'orsa baltica era forse una scusa: Lucio voleva solo nascondere «le lettere che lo riguardavano», nelle quali appariva pure nelle vesti di «Poeta peccatore, diviso fra le muscolosità portuali e le blasonature degli "esteti" ("eufemismo" a sua volta per indicare cose peggiori, effeminati e debosciati, nel racconto I gattini ciechi)». Più clemente era Tomasi nei confronti di Casimiro (dedito alla pittura), salvo ritenerlo un «Brachettone», cioè un seguace di Davide Ricciarelli: colui «che mise le brache ai nudi del Giudizio universale di Michelangelo».

Questo sulfureo e beffardo (ma anche irredimibilmente aristocratico e redimibilmente fascista e antisemita) Tomasi di Lampedusa, che si firma pure «Mostro», è il protagonista de «Il Principe fulvo» di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio, 2012): il racconto di un romanzo («Il Gattopardo» ovviamente), ma anche dei «Racconti brevi» e – come dovrebbe essere ormai chiaro – dell'epistolario, nonché una biografia attraverso la quale Nigro ripercorre la "storia interna" del Lampedusa. Il libro fu fortemente voluto – come dichiara l'Autore – da Elvira Sellerio che non ebbe tuttavia il tempo di vederlo concluso. Nigro possiede la stessa sconfinata conoscenza bibliografica e artistica di Tomasi e ne fa tesoro costruendo un testo che è il trionfo del genio dell'esegeta, del ricercatore e del tessitore di trame, del linguista raffinato, dello stilista leggero capace di infondere orgasmiche gioie intellettuali.

Iniziamo dunque a familiarizzare con questo Lampedusa nigriano che ritiene il fascismo l'antidoto contro le «perversioni dei bolscevichi» (come già pare avesse fatto sua madre). E ai bolscevichi vengono assimilati i pederasti. Ma per fortuna l'Italia ha Mussolini che Tomasi crede pure di vedere in sogno, fiero peraltro di riceverne l'invito a dargli del "tu". Il Lampedusa odia del resto gli Ebrei («la inverosimile "grascia" dei lunghi cappotti verdi, il sudore che scorreva sotto i riccioli impomatati; il puzzo caprino») al punto da giustificare «i periodici massacri eseguiti, proprio a Kauno, dai saggissimi Russi». Maschere letterarie? Forse. Se si considera che dal 1938, anno della promulgazione delle leggi razziali, Tomasi lavora alla sofferta palinodia del Fascismo, finendo per attribuire al Minculpop la responsabilità di certo appiattimento dell'informazione e ponendosi dalla parte di una coppia di amici Ebrei costretti a fuggire. Della palinodia è testimone il romanzo, in cui il principe Fabrizio muore nel 1883, lo stesso anno in cui a Predappio nasce Benito Mussolini: «i Gattopardi, i Leoni» appaiono così destinati ad essere soppiantati da creature meschine come «gli sciacalletti, le iene» e i «formiconi fascisti».

Una parata militare fascista in una piazza di Torino
«Date e luoghi non sono semplici tacche nel tempo e nello spazio. Inclinano alle trame, piuttosto; e alle dilatazioni narrative» ci avverte Nigro: il 1938 è l'anno della scomparsa di Ettore Majorana da un piroscafo diretto a Napoli; Rosario La Ciura, protagonista di «Lighea» (uno dei «Racconti brevi» del Lampedusa), scompare proprio mentre si dirige a Napoli viaggiando sul Rex. Due misteriose scomparse che si richiamano ad una terza: quella di Ippolito Nievo la notte fra il 4 e il 5 marzo 1861 al largo della penisola sorrentina, insieme a tutto l'equipaggio del vapore Ercole. Insomma ancora una volta i vecchi leoni detentori di un'aristocraticità egotica e fiera di se stessa (La Ciura), viziata dal senso di inadeguatezza (Majorana), increspata da quello talvolta ingenuo del dovere (Nievo), sono destinati ad essere inghiottiti da quello che per l'essere umano è il nulla, ma che è presumibilmente un Olimpo in cui si diventa mito: il premio conferito da una morte eroticamente vagheggiata e lucrezianamente dispensatrice di rigenerazione. Un bel premio in fondo che – è lecito supporre – non potrà certo essere accordato ai fautori dell'Unità d'Italia, né ai Sedara (i ricchi borghesi e i parvenu che si distinguono pure per le «facciatine Impero», così kitsch rispetto alle nobili architetture barocche e rococò delle dimore degli aristocratici), né ai «formiconi fascisti» (i rappresentanti "veri" e deteriori di quell'Unità, come sembra potere essere inferito dalle due date topiche del 1883 e del 1938). E lei, la morte, è Venere: ora sirena che si dà a La Ciura (come a Nievo e a Majorana), ora stella vagheggiata dal principe Fabrizio e poi giovinetta in abito da viaggio che gli si concede transumanandolo.

Tre furono le figlie femmine di Fabrizio: Caterina, Carolina e Concetta. Quest'ultima fu il nervo scoperto della prole saliniana fin dal nome: «La rima isola Concetta» precisa Nigro. Perché a lei, aristocratica quanto il padre, Tomasi affida il compito di spazzare via una volta per tutte ciò che di Fabrizio rimane: Bendicò che è nome, stemma, casato. Proprio lei, che il padre volle preservare dall'ingresso in un mondo nel quale non si sarebbe mai integrata (non permettendole di amare Tancredi), lancia dalla finestra ciò che resta dell'alano. E nel corso di quel volo «au ralenti» per un istante la carcassa di Bendicò assume la forma del «Gattopardo araldico di casa Salina con il quale il Principe si era sempre identificato. Il quadrupede tiene sollevato "l'anteriore destro". Pare che imprechi. La visione è dantesca»: se Vanni Fucci nel canto XXIV dell'«Inferno» dantesco «fa le fiche con entrambe le mani alzate. Qui basta una zampa sola». È una conclusione densa di disperazione e di rabbia. Forse Fabrizio (come La Ciura) sta ormai godendo dell'immortalità donatagli da Venere, ma sulla terra si è immortali finché dura la «memoria attiva del casato». Concetta la cancella. Fabrizio muore definitivamente per la seconda volta dopo un ultimo cinematografico e fiero – ma disperato – tentativo di "danza araldica". Di questa morte avrebbe sicuramente gioito quel «cornuto» di Garibaldi.

Ivo Flavio Abela

Claudia Cardinale:
Angelica nel film "Il Gattopardo" di Luchino Visconti