mercoledì 25 gennaio 2012

Questa sì che è Poesia!

Frederic Leighton, Vestale
Fra le sei funzioni del linguaggio individuate da Roman Jakobson, ve n'è una vituperata dal consesso dei poeti d'oggidì. Costoro s'autoesaltano compiacendosi della produzione di pseudoliriche da cui promana ora la sconcertante ovvietà di intenti e di contenuti, ora la tessitura debole e sfilacciata (tanto sul piano sintattico, quanto – qualora venga tentata una segmentazione – su quello strofico), ora gli involontariamente ridicoli portamenti ieratici (quasi il poetucolo produttore fosse il sommo sacerdote del culto di Euterpe, Erato e Calliope), ora quelli sdolcinatamente affettati – volontari stavolta – da diva del cinema muto (in verità i portamenti ieratici e affettati sembrerebbero maggiormente diffusi nella poesia prodotta da poetesse un po' sfrante), ora certo ermetismo che rende le frasettine di cui le poesiole si "sostanziano" nulla più che nugae (e nugelle) adolescenziali, tanto idiote da potere fare perdere clienti anche alla casa produttrice dei celebri Baci, qualora essa le usasse per addolcire ulteriormente i propri fragranti cioccolatini (non è pubblicità occulta e mi si perdoni il voluto martellamento degli 'ora').

Greta Garbo nelle vesti di Anna Karenina
Ci si sta ovviamente riferendo alla funzione poetica del linguaggio, espressione in cui 'poetico' va considerato nell'accezione etimologica greca che istituisce un vincolo di parentela fra tale aggettivo e il verbo poiéo ('faccio' nel senso di 'creo'). Col linguaggio del resto (lo insegna già Louis Trolle Hjelmslev) si può dire tutto, anche ciò che non è. Ma nel momento in cui lo si dice, gli si conferisce statuto ontologico (De Saussure docet in questo caso anche più di Hjelmslev: la parola informa di sé il pensabile, lo ritaglia, gli dà forma e consistenza. Ma pensabile è appunto anche ciò che non è). Perché il linguaggio è onniformativo. Ma 'sti poetucoli d'oggi, pur maneggiando uno strumento talmente plastico, non sanno né formare né creare più un cappero. Poeti più stinti che estinti.

Un giorno m'imbatto nel profilo facebookiano di Francesco Tontoli, per me emerito sconosciuto. Vedo che nella sua lista di amici (o supposti tali o sedicenti tali) figurano gli immancabili poeti (su FaceBook i poeti pullulano in quantità conigliesche). Uh! C'è pure una mia vecchia conoscenza: una poetessa sfatta un po' ignorantella, ma convinta di essere una virginea e inviolabile custode del sacro fuoco della poesia. M'incuriosisco (se 'sto Tontoli ha contatti con 'sta tizia magari è un poetucolo pure lui. Facciamoci quattro risate). Leggo il suo primo testo. Non male. Avrà avuto un colpo di culo e gli è venuto bene. Leggo il secondo. Anche questo interessante (azz!). Leggo il terzo e così via. Tutti degni di attenzione, ma soprattutto tutti denuncianti un labor limae che sfiora il trobadorico. Sono testi scritti da uno che conosce benissimo il potere della parola. E dunque da uno che la usa realizzandone ogni possibilità: la scarnifica fin nei suoi apparentemente irrilevanti valori fonici, la destruttura e la ristruttura, giunge a violentarla (ma la parola dimostra di gradire lo stupro). E fa tutto ciò con maestria impressionante. Insomma scopro un Poeta (notare la P maiuscola, prego) che crede profondamente nella poesia non sottovalutandone gli aspetti tecnici. Lo rivela già l'ultra senso che per Tontoli emana dalla poesia, giocato sulla falsariga dell'ultrasuono:


Silvano Drei, Notturno con pioggia
A volte la poesia ha un ultrasenso
un'onda non udibile si infrange
arriva alle soglie degli scogli sentinelle
rovescia cose cuori cianfrusaglie
dimore interiori impeccabili e ordinate
scioglie le statue di sale chiamandole lacrime.
.
Solo alcune volte non sempre
ma per quelle volte basta
smetti di leggere e già sei un altro
rifai le stesse cose con altri gesti
riconsideri la luce nelle foglie che precipitano
la linfa degli alberi che ancora vi circola
e allora ti stupisce il silenzio di una strada.


Si veda anche Le mani nelle nuvole:

Dalle grandi mani nelle nuvole
che seminano pioggia, e controvento
si stracciano in gesti di benedizione,
l'autunno fa cadere la sua estrema unzione.
.
Libera foglie contro i soffitti del cielo
e si avvia verso stagioni di digiuni di luce.
Ma ancora offre particelle in sospensione
che danzano luminose viaggiando e divagando.
.
Essere in quelle cose, morirci dentro
rimanere accanto all'altro remigante
mentre si passa su uno schermo trafitti al centro
dal raggio che ci coglie e ci sorprende.
.
Illuminati almeno dal tenero mistero
di un peccato semplice: esistere davvero.

Perfetta la quartina iniziale (in quanto perfetta è la fusione fra contenuto e forma – con 'forma' intendo lessico e distribuzione delle parole nei quattro versi). La terza quartina denuncia una sapiente arte della citazione (il pensiero corre a Quasimodo). Intensa l'immagine del peccato di esistere che non è però imperdonabile o mortale. Tenero e semplice contribuiscono a stemperare infatti il contesto in cui quel peccato è nominato. Se poi la filologia non è un'opinione, quell'esistere davvero posto nel finale, quasi fosse il culmine di una climax (e del resto introdotto dai due punti esplicativi), è la chiave di lettura di tutto il testo. Fin d'ora va sottolineato che Tontoli riduce l'uso dei segni di punteggiatura (nel senso che ne fa un uso parco), preferendo una sorta di flusso continuo. Tuttavia non rinuncia al punto che è alquanto ricorrente, usato però spesso come "paletto": indicatore testuale di limite (lo si vedrà dai testi poetici riportati più avanti).

La sapiente rifunzionalizzazione della parola (che è implicitamente rifunzionalizzazione concettuale) domina ancora in Dura crisi: in epoca di crollo delle finanze, quando tutto viene passato al microscopio del calcolo, quando anche il piacere viene ridotto a un atto meccanico … pure la vagina (quell'emottisi del quarto verso le è pertinente?) viene scrutata freddamente attraverso un imbuto (un vaginoscopio? Uno speculum?).

Dura crisi, quasi porno
poi ci torno, ma prima
prima quasi in anteprima
tornerei all'emottisi
di quando divoravamo
tutte quelle ostriche
e lo champagne scorreva
a fiumi sul nostro piacere
ah, che piacere che era!
ricorderai che spostavamo
le montagne su quel letto
tutto era perfetto.
In cima alle tue tette
ci avevo messo perfino la bandiera.
Poi capitò quel primo scivolone in borsa
e in affanno per la corsa della vita
bruciammo quel falò di vacuità.
Dico che anche l'amore ora
è sottotitolato e senza felicità.
Adesso scruto nell’imbuto
ogni mattina questo tristo sesso
calcolando il differenziale
degli ex lazzi e frizzi
tra spread e spritzi.


Edward Munch, Il bacio
Un poeta simile, quando diventa erotico, stupisce. Perché riesce ad esprimere l'ineffabile. L’attraverso ne è una prova:

Eravamo ti giuro allo specchio
posso dirlo è successo per caso
abbiamo attraversato l'istante
ci siamo davvero passati davanti
.
devo aver visto che ti avvicinavi
eri dietro di me sentivo il tuo sguardo
posarsi caldo sulle mie spalle
.
mi hai abbracciato chiudendo gli occhi
così mi hai stretto anche con gli occhi
e io ti guardavo teneramente sorridere
come se, lo sai tu sola come
.
mi avevi negli occhi
io non lo so come
e dentro lo specchio
io tenevo noi.

In una dimensione fatta di umano narcisismo (creata da quel vedere il riflesso del proprio amore sullo specchio) e di un piacevolmente torbido voyeurismo (dato dallo spiare il proprio amore sullo specchio), s'incastona l'immagine degli occhi di lei che racchiudono lui chiudendosi e annullando, in quella chiusura, ogni limite fra spazio interno e spazio esterno. Il lettore potrebbe fantasticare oltre nell'ermeneusi del testo. Perché in fondo quel lui richiuso dagli occhi di lei sembra una metafora (resa velatissima mediante un potente atto di sublimazione verbo-iconica) di un atto sessuale preludente a un concepimento. Ma non è finita. Si legga il testo che segue:

I
ci sono state altre vite mie
immaginate sempre in grandi assenze
e quando le riguardo tutte in fila
le volte che mi soffermo a leggerle
vi trovo manifesti di intenzioni e confidenze
.
devo essermi laureato varie volte in una
diventato cercatore d'oro o ferroviere
ho anche scalpellato marmo nelle cave
ho seppellito dei corpi e delle asce
e poi sono stato giardiniere del re
specializzato naturalmente in rose
.
in tutti questi e in altri talenti e gesti
in tutte le altre pose a pensatore
a uomo d'azione che si spende in cause
vinte o soprattutto perse non importa
.
in tutte quelle cose c'eri
mi correvi dentro
come proprio il significato stesso
dei significati.
.
II
.
la lingua eri che si apre il varco tra i denti
e percorre la fessura della bocca non ancora schiusa
così da definire l'interna percezione
di come siamo ottusi nel crederci morti
di come siamo muti nel parlare attraverso i sogni
fino a quando articoliamo con dolore le parole
.
la mano eri quella di un altro io in un altro dove
che non si fa e non si disfa ma tratteggia
disegna strade case interni alberi
e possibilità di essere lì trasognati
.
essere in quella donna che passeggia sola
nel finanziere che esce indaffarato e indugia
eri nel vedere la foglia impertinente
appiccicata all'abito autunnale
in quel bambino che fatica a tenere il passo
quel passo dell'adulto che non lo rassicura
.
III
.
eri tu come un me virato ad altro senso
che percorre un'ulteriore strada inaccessibile
.
e in un amore eri
(in un amore in fondo si è)
perfino nel suo odore
in un amore pensato come mai nato
.
insomma eri in tutte le somme e le divisioni
che si fanno alle ascisse degli incroci
in una città vagamente ortogonale
coi semafori sempre gialli alle ordinate
dove traccheggiano sui marciapiedi
musicisti spacciatori e tirapiedi
.
IV
.
avendo avuto una vita che non vissi
nemmeno in un passato straremoto
semplicemente in quel passato trafugato
mi divenne essa stessa un accidente
e neppure un futuro benpensato avevo in mente
.
(un tempo incosato curvo su se stesso non lo possedevo)
.
avevo dunque un presente complesso
talmente ingarbugliato e imperfetto
talmente condizionato e tale che
tutti gli altri tempi erano ridotti a un minimo
di pura e incausata sussistenza
.
ero stato figlio di un non ricordo qual maestro
e genitore disattento di altre domande evase
che si erano sparse per l'universo mondo
creando altri universi per corrispondenza
e solo poco diversamente orientati
diretti verso altri mondi controversi
.
e chiamavamo tutta questa cosa amore
come chi voglia risolvere una definizione
nel puro giocoforza di cosarla
.
ma seppure fossi stato dotato di malizia
non sarei riuscito a richiamarla in altro modo
mentre altri pur non chiamandola
la sentivano arrivare e ne venivano ghermiti
alcuni nel sonno altri nel loro gioco di sempre
la vita di giorno in giorno su ogni giorno avvitata
.
come sopra a un sovraesposto pudore
.
V
.
eccomi al dolore
.
si direbbe quindi quello di vivere
ma non è vero
.
fa male quello di essere
ed è un dolore ben più articolato
con diversi sostantivi
aggettivato e supposto come animato
.
un dolore luminoso fuggito dal plesso solare
con quei raggi disposti a filo spinato
costruito intorno a un edificio senza risposte
senza forma e con le finestre murate
.
e nel dolore tu eri
perfino lì dentro
e non eri tu il dolore
ma appunto di nuovo
il suo strano significato.

Tamara De Lempicka, Dormeuse (1931-1932)
Il dolore non è qui quello di vivere (come scontatamente ci si attenderebbe, considerata anche l’atmosfera montaliana), ma è quello di essere (dolore ontologico e non semplicemente esistenziale: più profondo, più "antico" e più irredimibile dunque). Le parole (quelle che generalmente danno forma tanto all'indistinto pensabile possibile, quanto all'indistinto fonico possibile) sono anch'esse articolate con dolore, quasi individuare le cose (cosare per l’appunto) e poi riconoscerle fossero operazioni dolorose. Giocoforza anche il bambino soffre (se il dolore è ontologico, deve soffrire per forza). Infatti segue il passo dell'adulto senza esserne rassicurato. Il dolore è nucleo tematico principale. Il dolore e non l'amore. Anche se quest'ultimo, che aleggia tra le righe prima subdolamente, poi – dalla IV parte in avanti – più chiaramente, sembrerebbe il protagonista vero. Non lo è perché esso si riduce a emanazione del dolore (i tre versi conclusivi lo confermano). Ci troviamo al cospetto di un testo fortemente "strutturalista" non soltanto per quanto attiene alla gestione dei contenuti, ma anche per l'uso di un lessico tecnico (valgano come esempi in particolare la III strofa della III parte e l’intera IV parte).

Per concludere non posso non riportare quello che per me è un testo linguisticamente geniale (quando lo lessi per la prima volta, la mia mente venne attraversata da alcune immagini di Metropolis di Fritz Lang e da un assordante e ossessivamente ricorrente Zang tumb tumb marinettiano), in grado di suscitare immagini acustiche dense di caotico dinamismo, specchio a sua volta di certo consumismo che non arretra neanche al cospetto della crisi: esseri umani e automobili frettolosamente, caoticamente, meccanicamente corrono a destra e a manca, ciascuno producendo la sua musica. Ma la somma delle musiche prodotte da ogni essere umano e da ogni automobile è rumore (in alcuni casi un insopportabile stridore che ci corrode il cranio e non solo l'udito). E anche se non fosse rumore, sarebbe una sinfonia piena di dissonanze che farebbe impallidire, disorientandolo e straniandolo, anche l'ascoltatore più dotato di orecchio musicale. Basti leggere soltanto le parole disposte a sinistra nei primi quattordici versi (includendovi il primo): grattetempi, atte a, e tinnire di, arrotare, nelle zigrinature, delle calotte craniche, stridono sui metallofoni. Vi si ravvisa una concentrazione disforica soprattutto di vibranti (r) e geminate: è il trionfo dello stridore ritmicamente organizzato dai colpi inferti dalle geminate stesse. Questo è sperimentalismo arditissimo, non gratuito né esornativo. E anche se il Natale (il testo è stato diffuso un mese prima del Natale 2011) fa riscoprire l'umanità di cui siamo fatti, quello spread riporta in campo le aspre sonorità concentrate in particolare nei primi versi. La crisi ci ha rovinato anche la festa (oltreché il sesso, come rilevato in precedenza). Il titolo è particolarmente accattivante: Avventi (Grattatempi su carta da musica). Il testo viene riportato mantenendo la disposizione delle parole che possiede nell'originale diffuso (è del resto un esempio di poesia visiva).

Grattatempi su carta da musica
                      partiture fatte di
                                     code di rumori
atte a
                                     penetrare chiocciole
e tinnire di
                                     martelletti alieni
arrotare
                                     di coltelli che affondano
nelle zigrinature
                                     delle anse
delle calotte craniche
                                      perniciose creature sonore
stridono sui metallofoni
battono
                 sulle
                       pelli
                              tese
                                    dei cilindri
campanule appese
                                  sfioriscono
                          orecchianti
e annusanti
                       sordi ciclopi
nelle loro ferramenta forgiano metallo-manie
clangori
                      assai urtanti
               orde di note attonite
jingles acufenici
                                                                di venditori anonimi
spacciano
                   ridacchiano
morsicchiano
                                               i padiglioni
                                          auri-neuricolari
                                               ronzano
                   fremono
                              ardono di suoni
                                                                esafoni tetrafoni pentafoni
(in pantofole invernali)
                                                              registrano il rumore del fiocco di neve
                                                              quando si posa sull'asfalto
                             "Sembra stia arrivando letale il Natale..."
                                                ripetono acciuffando
                                                e triturando il silenzio
                                 impacchettando le risonanze squassate
                                            sulle pause degli incroci
(è presumibile che le onde sonore rispettino i semafori).
Giù dagli scivoli le lucivetrine ammiccano
l'occhio
              si sfinisce
                              si scolorisce
                                                          si spazientisce
                          infine lacrima una poltiglia
                                                                               di bitume e sale
al tatto
                  si direbbe che le tasche
                                         siano vuote (....)
quanto i cervelli stanchi di indugiare sul pallido
                                      natale
tale e quale e pure omonimo
acronimo
                        eteronimo
come minimo
                                   a quello dell'altr'anno
e dell'altro ancora.
                Ci si tocca per non dimenticarselo
                per non scordare che sia pur essendo gelido
è pur sempre un epifanico
                                                    gradevole strumento
di obliterazione di carezze.
                                   Vivi e rinati eccoci lucidi e imballati
                         con il sorriso che valuta lo spread differenziale.

Che aggiungere? Nulla. Anzi … solo che le caste esistono anche nella Letteratura e nella Poesia. E Tontoli (purtroppo) non ne fa parte.

Ivo Flavio Abela

venerdì 20 gennaio 2012

Torquemada: "A morte la scuola pubblica!"

Il 18 gennaio su Repubblica appare un articolo di Salvo Intravaia: http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/18/news/pagano_le_famiglie-28337189/. Vi si riferisce di un'iniziativa del MIUR: la nascita di Scuola in chiaro, un portale particolarmente utile ai genitori che dovranno iscrivere entro febbraio i loro figli per l'Anno Scolastico 2012/13 (http://cercalatuascuola.istruzione.it/cercalatuascuola/). I genitori potranno consultarvi tutti i dati (compresi quelli finanziari) relativi a tutte le scuole della loro area geografica. L'articolo riferisce dunque i risultati emergenti dai dati relativi ai Licei di dieci grandi città italiane: un campione indubbiamente ristretto e legato a realtà urbane fortemente connotate per ovvie ragioni - Torino, Milano, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari - quasi la scuola pubblica italiana potesse essere rappresentata esclusivamente dalla somma fra le realtà scolastiche superiori di dieci capoluoghi di provincia. Per non dire del fatto che le scuole pubbliche milanesi devono fare i conti con l'antagonismo del modello lombardo di scuola privata, laddove i genitori - tutti lautamente abbienti - investono una retta annua che va dagli 8.000,00 euro in su per ciascun figlio. L'articolo insiste inoltre sul fatto che le scuole sono costrette a chiedere contributi alle famiglie degli alunni. Solo in qualche riga viene detto che i contributi sono richiesti a "privati" (e i privati non sarebbero soltanto i genitori degli alunni).

Il 19 gennaio su La bussola quotidiana, sorta di quotidiano on line nel cui comitato editoriale figurano i nomi (neanche a dirlo) di Vittorio Messori e Andrea Tornielli (e si è detto tutto), e che reca come curiosissimo sottotitolo Per orientarsi fra le notizie del giorno (come se tutti avessimo bisogno di una sorta di paraocchiata guida for dummies per apprendere ciò che accade quotidianamente), appare un articolo firmato da Erminio Riboldi (http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-scuola-statale-quanto-mi-costi-4234.htm#.TxeuuRB_W7s.facebook). Vi viene ripreso il pezzo "repubblicano" di Intravaia in modo alquanto capzioso e forse non proprio da manuale d'onestà intellettuale: un piccolo esempio della strumentalizzazione a scopo "familistico" (che cosa c'entra Banfield? C'entra... C'entra...) di dati per loro natura oggettivi.

Qui ci si limita a qualche considerazione - per così dire - estemporanea, peraltro già verbalizzata in una mail privata da me indirizzata a una persona che dimostra ampiamente di sputare nel piatto in cui mangia, dal momento che insegna (peraltro Religione Cattolica) in una scuola pubblica e che condivide le riflessioni di Riboldi.

La scuola pubblica (cosa peraltro rilevata ampiamente da Intravaia, ma dimenticata da Riboldi) non riceve finanziamenti adeguati per pagarsi neanche la carta igienica. Da tre anni a questa parte (ossia da quando l'amministrazione Berlusconi-Tremonti-Brunetta-Gelmini ha inopinatamente falciato i finanziamenti alla scuola pubblica senza ovviamente ledere di un minimo quelli destinati alle scuole private soprattutto cattoliche) molti genitori hanno addirittura deciso di autotassarsi perché sanno che le scuole pubbliche in cui mandano i figli non possono permettersi praticamente più alcunché.

Albert Anker, Scolaro
Riboldi non considera - e mi ripeto - che l'articolo di Intravaia espone i risultati di quanto avviene solo in dieci città italiane. Troppo poco per una stima generale. Sono un insegnante e posso testimoniare che in tutte le scuole in cui ho insegnato si è scelto collegialmente di non avviare quelle attività extracurriculari il cui budget risultasse eccessivo o la cui realizzazione avrebbe implicato la richiesta di contributi alle famiglie. Queste ultime sono state chiamate in causa esclusivamente per i viaggi d'istruzione, peraltro dopo avere consultato più agenzie in modo da scegliere il preventivo più vantaggioso. E sottolineo che le scuole hanno sempre cercato di contribuire. In quanto ad altre attività extracurriculari, Riboldi (ma forse anche Intravaia, dal momento che non li nomina mai espressamente) dimostra di sconoscere anche un'altra realtà: quella degli sponsor. Mi è capitato più di una volta di partecipare alla realizzazione di attività extracurriculari finanziate da sponsor che mettevano a disposizione strutture, danaro, servizi in cambio della collocazione del loro logo sul materiale informativo relativo alla specifica attività, destinato agli studenti e alle famiglie.

In una buona scuola paritaria si pagherebbe solo l'equivalente del 30 % di ciò che si paga in una scuola pubblica, dice Riboldi. Ma forse egli dimentica che alcune scuole paritarie sono veri e propri diplomifici (qualità pari a zero insomma). Ignora anche (continuo a ripetermi) che in alcune scuole private lombarde si arriva a pagare una retta di 10.000,00 euro per figlio, cosa che i genitori fanno volentieri in quanto possono agevolmente permetterselo (e basta vedere il lusso imperante in tali scuole). Ricorderei inoltre a Riboldi che non sta scritto in nessun testo più o meno arcano o divino che i genitori possano scegliere nelle scuole private e paritarie gli insegnanti che più a loro aggradano. Inutile ricordare che i criteri di scelta dei docenti da parte del Dirigente di una scuola privata sono affatto soggettivi e che sovente un insegnante viene collocato in una scuola privata esclusivamente grazie a una bene assestata pedata nel suo deretano.

Infine ("infine" si fa per dire, dal momento ogni singolo capoverso dell'articolo di Riboldi potrebbe essere facilmente smontato) Ribaldi ... pardon ... Riboldi dovrebbe ricordare che l'idea che la scuola debba essere il luogo esclusivo in cui si forma precipuamente la persona (una delle follie partorite da Berlinguer) è stata subìta dalla scuola pubblica suo malgrado. E le conseguenze dell'applicazione di tale idea non possono essere pagate dalla scuola pubblica stessa che di necessità non può che osservare le regole che il Governo le impone. Un Governo sensato si limiterebbe ad agire sulle norme modificandole, non distruggendo chi quelle norme non può fare altro che osservare. Perché la Gelmini non ha agito in tal senso? Perché non corre ai ripari Profumo? Del resto è triste leggere che - nonostante la partecipazione delle famiglie alle spese - la scuola pubblica fa acqua: Riboldi dovrebbe ben sapere che non solo nelle scuole private (soprattutto se cattoliche) gli studenti vengono agevolmente promossi perché pagano, ma anche che non si può sempre attribuire la responsabilità degli insuccessi scolastici e degli abbandoni alla scuola pubblica e ai suoi docenti. Talora si farebbe bene a guardare la qualità dell'impegno degli alunni, fin troppo perduti ormai in una miriade di attività extrascolastiche (talvolta imposte dagli stessi genitori che riversano così le loro frustrazioni sui figli) con le quali la scuola non ha davvero alcunché da spartire, in quanto promosse da cosiddette agenzie formative ad essa estranee e "alternative".

Insomma, cari genitori, riflettete. Se proprio cattolici più o meno integralisti siete, non abbiate timore: anche nella scuola pubblica si "studia" (sic!) Religione Cattolica. E anche bene, se è vero che gli insegnanti di Religione Cattolica non solo non hanno subìto alcun contraccolpo dagli scempi gelminiani, ma si sono visti lo stipendio pure aumentato, mentre gli insegnanti di Latino, Storia, Greco, Matematica, Fisica, Inglese, Arte, Musica, ecc. ecc. (tutte discipline inutili, fuorvianti, dannose perché potenzialmente in grado di modificare la struttura cognitiva e quella metacognitiva dei vostri figli a tal punto da poterli portare a ragionare con la loro testa - sacrilegio! - e magari a mettere in dubbio la liceità delle ingerenze del Vaticano nella loro vita e nei loro sentire e pensare) non solo vengono pagati poco e male, ma pure non lavorano più.

Ivo Flavio Abela

Mario Giacomelli da Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963)

mercoledì 14 dicembre 2011

Gli eMuli di Mariastella

Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 288 del 12 dicembre 2011 il Decreto relativo al TFA, cioè al Tirocinio Formativo Attivo per gli aspiranti docenti del futuro (quale? Non ancora pervenuto, ma c'è tempo): un concentrato di tratti distintivi dell'italiano neostandard (ovvero di quella "koinè" panitaliana nata dall'interazione fra l'italiano standard e gli italiani regionali). Basti leggere l'articolo 9 del Decreto.

«Il test preliminare e' costituito da 60 quesiti, ciascuno formulato con quattro opzioni di risposta, fra le quali il candidato ne deve individuare l'unica esatta. Un numero pari a 10 quesiti sono volti a verificare le competenze in lingua italiana, anche attraverso quesiti inerenti la comprensione di uno o piu' testi scritti. Gli altri quesiti sono inerenti alle discipline oggetto di insegnamento della classe di concorso».

A parte l'uso di e non accentato, ma accompagnato dal segno d'elisione (come accade anche in piu'), si noti il ne ridondante e pleonastico rispetto a fra le quali, che s'inserisce in un meccanismo di topicalizzazione tipico del parlato (una sorta di dislocazione a sinistra rispetto peraltro a una formula grammaticale, cioè appunto fra le quali, e non a una parola piena: risultato ancora più grave e più animalesco). Si noti ancora Un numero pari a 10 quesiti sono volti: tipico caso di concordanza a senso (soggetto singolare, predicato plurale). E dimenticavo: si veda l'oscillazione fra inerenti la comprensione e inerenti alle discipline, denunciante la crassa ignoranza di chi non ha dimestichezza alcuna con un uso quantomeno decoroso della lingua italiana, se non riesce a padroneggiare certe reggenze.

E tutto ciò (ironia della sorte) proprio nell'articolo in cui vengono menzionate le famigerate competenze in lingua italiana: il bue che dice all'asino "Cornuto!".

Ivo Flavio Abela

venerdì 11 novembre 2011

"Hic" (il "nunc" non importa)

Giancarlo Montelli (illustratore)
"Il cavaliere inesistente"
«Tutto questo che ora contrassegno con righine ondulate è il mare, anzi l'Oceano. Ora disegno la nave su cui Agilulfo compie il suo viaggio, e più in qua disegno un'enorme balena, con il cartiglio e la scritta 'Mare Oceano'. Questa freccia indica il percorso della nave. Posso fare pure un'altra freccia che indichi il percorso della balena; to': s'incontrano. In questo punto dell'Oceano dunque avverrà lo scontro della balena con la nave, e siccome la balena l'ho disegnata più grossa, la nave avrà la peggio. Disegno ora tante frecce incrociate in tutte le direzioni per significare che in questo punto tra la balena e la nave si svolge un'accanita battaglia. Agilulfo si batte da suo pari e infligge la sua lancia in un fianco del cetaceo. Un getto nausenate d'olio di balena lo investe, che io rappresento con queste linee divergenti» (Italo Calvino, «Il cavaliere inesistente», I edizione Oscar grandi classici maggio 1996, cap. IX, p. 385).

In realtà il capitolo IX di quello che è il terzo (ma che Calvino stesso considerò ora il primo, ora il terzo) romanzo della cosiddetta "trilogia araldica" andrebbe letto per intero. È infatti il capitolo in cui si condensa il potenziale iconico (anzi cartografico) della scrittura. Com'è ben noto, Calvino narra per bocca (o per mano) di una monaca (di cui solo alla fine si scoprirà la vera identità), costretta a scrivere dalla sua superiora. La monaca sostiene in più d'un luogo che scrivere (narrare) è difficile e dunque, verso la conclusione del romanzo, è esausta e "abdica" in favore di una rappresentazione "cartografica" (pongo il termine fra virgolette alte in quanto lo uso in accezione connotata e non letterale): ne viene fuori un testo "ossimoricamente" verbo-visivo in quanto è visivo pur non contenendo alcuna immagine (infatti è realizzato in linguaggio verbale). Quella calviniana sembra qui una visione piuttosto strutturalista e desaussuriana del linguaggio verbale: De Saussure diceva che nella nostra mente si creano immagini acustiche quando sentiamo una parola. Ma noi potremmo aggiungere che si creano immagini visive quando la leggiamo, com'è il caso di chi legge un romanzo. Calvino va ancora più in profondità: crea la figura dello scrittore (non il pittore, il fotografo, ecc. ecc., ma lo scrittore) che si esprime per immagini verbali. Penso sia uno dei casi più eclatanti di "fusione" fra codici.

E per libera associazione mentale penso all'«Atlante di filosofia» pubblicato nel 2009 da Einaudi (http://www.einaudi.it/libri/libro/elmar-holenstein/atlante-di-filosofia/978880619825): un enorme rappresentazione cartografica del pensiero e della sua evoluzione, in cui (finalmente) domina lo spazio e dunque domina la simultaneità, non più il tempo, come nelle tradizionali storie del pensiero filosofico (cui si affiancano quelle della letteratura, dell'arte, della musica, ecc. ecc.). Ciascuno adesso può scegliere il proprio percorso.

Ivo Flavio Abela

giovedì 5 maggio 2011

Vergheide

La Provvidenza in vizziniano ponto,
Tra 'l Capo de' Mulini e i faraglioni,
Inabissossi (roba da coglioni),
Quale Argo pagante ai ghiacci il conto.

E 'l Verga rusticano appare tonto,
Se carica il vasel non con milioni
Di rare gemme o di decapodoni,
Ma di leguminose sanza sconto.

E 'l Verga sol di nespole s'intende,
Di zappa e vanga e non di vela o fiocco:
I marinai trezzan son contadini.

Per lui però carriera il volo prende:
Negli atenei di premi v'è trabocco.
Non lo guardar, se cerchi masculini.

Ivo Flavio Abela


È la ricodifica sottoforma di sonetto (e in una lingua che prova a fare il verso a quella di noti poeti italiani) del seguente commento pubblicato dal prof. Tino Vittorio sulla sua pagina facebookiana (echeggiato peraltro nel suo libro: «Storia del mare. Questione meridionale come questione mediterranea»):

«Il mare di Vizzini dove per fare una bracciata (da Acitrezza a Capomulini) la Provvidenza s'inabissò come il Titanic tra i ghiacci. Il tutto per un carico di lupini che non erano aragoste né diamanti di contrabbando, ma alimento per porci che non valeva nulla. I marinai di Verga sono dei cretini o Verga è/era un cretino fertilissimo che produce cattedre, riconoscimenti universitari, stipendi e ... professori veri, anzi veristi! E 'na masculina in tutto quel romanzo non si vede!».

venerdì 11 febbraio 2011

Le rane e la Storia. Un binomio inedito

Possiate perire, progenie di Malocchio funesta: da ora con l'arte
[giudicate] la poesia, e non con lo scheno persiano.
E non cercate da me che un canto molto rimbombante
produca. Tuonare non spetta a me, spetta a Zeus!

Callimaco, fr. 1, 17-20 Pfeiffer.


E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor dell'acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;
livide, insin là dove appar vergogna
eran l'ombre dolenti nella ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.

Dante Alighieri, «Divina Commedia»
«Inferno» XXXII, 31-36.


Tu su la bruna valle alta sfavilli,
Barga, coi cento lumi tuoi. Rimane
l'ombra del pianto fra un gridìo di grilli
e un interrotto gracidar di rane.

Giovanni Pascoli, da «Primi poemetti»
«Il soldato di S. Piero in Campo» VI.


Un giorno come tanti cerco qualcosa su Google. M'imbatto casualmente in quest'immagine. Istintivamente passo avanti perché non è ovviamente ciò che cerco. Ma torno indietro: la fotografia mi sussurra interiormente qualcosa. Il soggetto ha un'aria familiare (unheimlich). Mi dico: «Io questa qui l'ho già vista!». Poi mi chiedo dove. Ritorno a fissare l'immagine. Quella bocca larga. Ma sì: l'ho già vista. La conosco. Quegli occhi vagamente sornioni che in verità nascondono chissà quali terribili pensieri e quali profondi dissidi interiori. Ma certo che li ho visti! Pure quel mento che fa tutt'uno col collo. Ma sicuro che l'ho già visto! E pure quello strano incarnato olivastro.

Non mi do pace. Cerco di concentrarmi. Concepisco istintivamente l'idea che debba essere passato almeno un decennio. Perché la concepisco? Non so. Cerco allora di lasciare che una rete di libere associazioni prenda forma. Che cosa facevo e dove mi trovavo dieci anni fa? Dieci anni fa collaboravo con un noto Dipartimento di un Ateneo della gloriosa Repubblica dell'Italia Unita. E allora? Come potrebbe tutto ciò ricondurmi a quell'essere riprodotto nell'immagine? Provo a ricordare: forse in uno dei cortili della sede di quella Facoltà di Lettere esisteva uno stagno? No. Non mi risulta. Chiamo un vecchio collega. «Ricordi quando si lavorava in Dipartimento? Ricordi se c'era uno stagno in Facoltà?». «Certo. E tu ci sguazzavi dentro tutte le mattine». Chiudo il telefono, ma non mi do pace. E poiché ho altro da fare, abbandono l'idea di ricordare, confidando in Freud per il quale il deja vu altro non è che qualcosa che appartiene al nostro inconscio e che solo occasionalmente e spontaneamente riemerge sul filo della coscienza. Continuo la ricerca.

Intermezzo. Le rane, i ranocchi, i rospi, i girini mi fanno schifo. Tutto ciò che è viscido mi fa schifo: mi provoca nausea. Lucertole, gechi, serpenti. Tutto ciò che è viscido mi provoca ribrezzo. Non potrei toccare neanche un'anguilla.

È notte. Cerco di addormentarmi. Non mi va di stare al computer. Non mi va di leggere. Non mi va di ascoltare musica. Al buio inizio a pensare che sarebbe bene contare le pecore. No. Anzi: sarebbe meglio contare le rane. Le rane! Perché proprio le rane? Già: mi torna in mente la rana della foto. Istintivamente mi alzo e mi reco verso una libreria, su uno scaffale della quale ingoia avidamente polvere la mia tesi di laurea. Ma che cosa potrebbe mai accomunare una Provincia romana ad una rana? Sfoglio la tesi. Mi soffermo sul catalogo dei circa venticinque siti (più o meno urbani) di cui ho ricostruito le vicende attraverso il vaglio delle fonti letterarie, di quelle numismatiche, di quelle epigrafiche, delle emergenze monumentali. Che cosa possono avere Ancyra, Tavium, Pessinous, The pilgrim's road, le lettere di San Paolo, la prosopografia, gli spostamenti di confine del territorio provinciale, Costantino, il magister militum per Orientem e quello per Armeniam con una rana? Ripenso alle giornate trascorse all'École Française de Rome, al Deutsche Archäologische Institut ancora a Roma, all'Augustinianum proprio vicino al colonnato di piazza San Pietro (a mezzogiorno il campanone di San Pietro si metteva a suonare e le vibrazioni facevano tremare il tavolo su cui adagiavo i libri). Ma in quei luoghi non c'erano rane. E comunque la tesi di laurea mi riporterebbe indietro ben oltre il decennio da me inizialmente ipotizzato per istinto. Ripongo la tesi. Torno a letto. Stavolta mi addormento all'istante.

Sogno. Mi trovo in una sorta di ufficio avente come tetto una grande volta. Il pavimento è costituito da piastrelle di argilla cotta (esagonali oppure ottagonali). Mi vedo seduto ad una scrivania con una bozza della mia tesi di laurea in mano (evidentemente devo davvero regredire ben oltre il decennio). Qualcuno sta dall'altra parte della scrivania. Non capisco bene chi sia: il viso sembra nebuloso. Ma ha una stranissima mano palmata di colore verdastro. Con quella mano regge una matita. Con quella matita pone alcuni segni sulla mia bozza. Ne sento la voce. Non è voce umana. Gracida. Sì: gracida. Gracida scusandosi.

Mi gracida che mi ha buttato fuori strada. Mi gracida che le circa seicento pagine di saggi e articoli che mi ha fornito affinché io ne traessi idee utili per la redazione dell'introduzione alla mia tesi non erano adeguate. «Grrrr grrrr gra gra ti ho buttato fuori strada gra gra grrrr grrrr». Mi dice che ha scelto male. Aggiunge che dovrò riscrivere tutta l'introduzione vagliando i testi di una nota studiosa (fino a quel momento mai menzionata da lei neanche di striscio). Io ricordo a quello strano essere dalla verdastra mano palmata che manca appena una settimana alla consegna della tesi in segreteria, che non c'è più tempo. Alzo istintivamente il tono della voce e aggiungo in tono perentorio che non mi si può fare lavorare tre mesi su testi simili per poi liquidarmi dicendo che è stato un errore e che in una settimana non si possono riscrivere trenta pagine di introduzione vagliando altri saggi per centinaia di pagine. Ma lei incalza col suo vano, sdegnante e orribile gracidare: «Grrrr gra gra dobbiamo per forza. Devi per forza grrrrrrrrrrrrrrr!». Rispondo dicendo che deve ancora essere perfezionato pure il capitolo conclusivo della tesi, sulla base di ben centoventi pagine (delle circa trecento già redatte) che io le ho consegnato sei mesi prima, ma che lei non si è mai degnata di leggere. Lei incalza: «Grrrrrrrrrr graaaaaaa graaaaaaa bugiardo! Io ho letto e corretto tutto! Graaaaaaaa bugiardo!». «No. Non mi ha mai ridato indietro quelle pagine». Mi alzo e me ne vado lanciandole un'occhiata piena di disprezzo, pronto (se necessario) a saltare la seduta di laurea o a presentarmi a quella imminente anche senza relatore.

Il sogno continua. Sento un telefono squillare. È lei: «Graaa graa gra... ho trovato a casa mia le tue pagine. Avevi ragione. Me ne ero dimenticata. Vieni domattina e te le restituisco, ma non so se farò in tempo a correggerle tutte entro stasera gra graa graaa». «Poco m'importa» rispondo.

Il sogno continua ancora. Mi rivedo nuovamente nella stanza con la grande volta: è una stanza della sede di Facoltà. Rivedo la scrivania. Rivedo anche un paio di giovani esseri difficilmente classificabili e seduti ad un'altra scrivania: sono marito e moglie e collaborano con l'essere gracidante. Li riconosco perché si sono sempre rivelati terribilmente ipocriti nei miei confronti. Li rivedo in tutto il loro viscidume. La moglie tace e fa finta di nulla. È sempre stata amorfa e tale rimarrà per saecula saeculorum. Occasionalmente stiracchia quelle sue gambette magre magre e bianche bianche sotto la scrivania. Protrude le labbra così poco carnose facendosi una fungia (come la si chiama in Sicilia) stretta come quella di una vergine timorata del Padreterno. Infonde al proprio sguardo una sorta di languida e oscillante concentrazione amebica e gelatinosa. Il risultato è l'artato acuirsi della compunzione implicita nella sua espressione facciale da vedova bianca (vedova del resto è come se fosse, ma dignum est sorvolare sui motivi presunti o reali). Il marito solleva occasionalmente lo sguardo per fissarmi con aria di pietosa superiorità, credendo di non essere scorto da me. Le sue gambe formano uno stranissimo chiasmo: l'essere in discussione tiene infatti le ginocchia unite e i piedi molto distanziati l'uno dall'altro. Ogni tanto appoggia alle cosce le proprie mani, facendo in modo che il palmo di entrambe aderisca perfettamente alla superficie delle cosce stesse: la mano destra sulla coscia destra, la mano sinistra sulla coscia sinistra, i gomiti distaccati dal tronco e leggermente sollevati. Se indossasse uno scialle e ponesse sulla testa un fazzoletto nero, sembrerebbe un'oleografica e anacronistica comare da cortile dell'entroterra siculo. Poi s'alza dalla sedia e attraversa la stanza per avvicinarsi a uno scaffale. Lo fa con liquida fretta: sembra una libellula che si libra leggera nell'aria agitando le sue braccia e rifunzionalizzandole quasi fossero ali (le sue gambette si danno contestualmente a un trotto contenuto). È affettatamente leggiadro. Quel pizzico di virilità (presunta) che possiede sembra diluirsi, fino a dissolversi del tutto, in quel muliebre, patetico e ridicolo frullo di ali fittizie. Dall'altra parte della scrivania presso cui io sono seduto però c'è ancora quell'essere dalla mano palmata. Il viso non è più nebuloso: è la rana della foto.

È lei: la mia relatrice. Colei che mi fece vagare per le biblioteche romane. Colei che urlava in preda a un inspiegabile delirio quando sottoponeva a noi laureandi le correzioni alle nostre bozze. Colei che una volta urlò, contorcendosi come una menade infoiata, perché un periodo da me usato risultava leggermente allungato, in quanto conteneva due proposizioni relative paratatticamente collegate mediante congiunzione coordinante (lei che nel suo libro dalla copertina color verde vomito usa periodi logorroici lunghi più di mezza pagina e gravidi di patologica e lussureggiante ipotassi). La donna con cui ebbi la folle idea di mettermi a collaborare dopo la laurea (fino appunto a un decennio or sono). Colei che durante gli esami scritti urlava come una tigre infuriata colorandosi di un singolare verde-rossastro e seminando gratuitamente il terrore fra gli studenti e l'imbarazzo fra noi collaboratori. Colei che quasi tutte le mattine giungeva in stanza agitatissima e che (giusto per risultare originale) continuava a urlare come una bestia perché era giunta per l'ennesima volta in ritardo. Colei che (colmo dei colmi) mi ritrovai in uno dei corsi di abilitazione all'insegnamento, quando già me l'ero data a gambe da tempo e avevo riacquistato la gioia di vivere lontano da quel luogo contaminato e da quegli ectoplasmi. Colei che, in tale sede, ebbe l'inspiegabilmente inedita idea di farci elaborare una ricognizione della storiografia dal II al VII secolo con appendici al IX-X, per poi risalire all'indietro fino alla logografia ionica (perché un insegnante di scuola superiore tutte le mattine entra in classe e dice ai propri alunni: «Oggi vi parlerò di Socrate, Sozomeno, Teodoreto con una puntatina fino a Paolo Diacono, ma darò a voi il compito di rintracciare i prodromi della loro storiografia in Erodoto»). Colei che all'esame d'abilitazione mi disse che avrei dovuto correggere il titolo «De Pascha computus», da me citato nella mia relazione finale, in «Paschae computus», ignorando evidentemente che nel latino tardo sono tantissimi i titoli costruiti con de e l'ablativo d'argomento (e dire che esistette un tempo in cui fu pure incaricata di Latino Medievale). Alla sua osservazione (riporto l'espressione dopo averla tradotta ed edulcorata, essendo quella originale realizzata in una strana lingua che ha tutte le caratteristiche di un idioletto) «Uno come te, che si occupa pure di editing, dovrebbe accertarsi della correttezza delle forme e delle reggenze prima di usarle» risposi: «Anche lei dovrebbe farlo prima di proporre le sue. Anzi prima di aprire semplicemente la bocca». La rana era lei.

domenica 6 febbraio 2011

L'inflazione del postmoderno

Il postmoderno lyotardiano mi sembra un abusato contenitore in cui viene posto tutto ciò che sembra non riducibile ad altra categoria, tutto ciò che sfugge alla possibilità di lasciarsi definire, compreso tutto ciò che appare nuovo e "perturbante" (già: "unheimlich". Sapevate che ognuno può costruire un'intera carriera sulla continua rifunzionalizzazione del concetto di 'unheimlich'?).

"Frammentazione" è la parola d'ordine. Bene. Vero è che la frammentazione è tipica della società dell'informazione basata sui nuovi (ormai relativamente nuovi) media. Ma non c'è mai stata frammentazione prima della fine del II millennio? Quanto avvenne (per fare un esempio) nell'Ellenismo non fu frammentazione? E quanto avvenne in quella che fu definita Tarda Antichità non lo fu a maggior ragione?

L'arte tardoromana era arte moderna a tutti gli effetti (Franz Wickhoff docet) e l'alta richiesta d'arte in quell'epoca fa parlare gli studiosi della Scuola Viennese di «Industria artistica tardoromana» (Alois Riegl docet ancora di più con un magnifico volume "omonimo", la cui parte più interessante è dedicata alla massiccia produzione di fibule). Se l'arte tardoantica fu moderna (compresi i rilievi degli archi di trionfo, di qualche colonna coclide e dei sarcofagi), se il passo successivo fu l'annullamento della terza dimensione - vedasi il fondo aureo nelle produzioni iconografiche bizantine (la quale abolizione significava anche abdicazione della corporeità dell'io) - se il passo ancora successivo fu il "postmoderno" dell'arte figurativa di Cimabue, perché dire che il postmoderno vero sia solo quello attuale? Solo in nome della infinita riproducibilità dell'informazione? Solo in nome della velocità imposta alla vita dai nuovi mezzi di comunicazione?

E perché non dire che Platone stesso ha già del postmoderno quando nel «Fedro» si scaglia contro la scrittura che porta il proprio prodotto testuale a rotolare lontano da sé, a non potere più garantirgli un'univocità interpretativa, a non potere più garantire quella sua integrità di significato e d'uso quale solo l'autore gli può garantire? Non è implicita in simile discorso la paura della riduzione del proprio io creante a favore dell'invasione di una molteplicità di io interpretanti? L'io unico e garante dell'autore si frammenta nella molteplicità degli io interpretanti.

E non è postmoderno il "symbolon" platonico (un essere che vive a metà: scisso, fratturato)? E l'androgino platonico? In quanto pago di se stesso, non tendente ad alcunché, ecc. ecc., non è allora postmoderno, se dovessimo stare a Lyotard. L'androgino (così "integro") è un tipico personaggio da grande narrazione metafisica (qualcosa mi dice che starebbe bene nell'idealismo, tipico di chi si pasce pago di osservare soltanto la propria pancia e di ragionare con il proprio ombelico): insomma è moderno e nulla più.

Capisco che forse ho banalizzato troppo e che ho volutamente ignorato (usando come schermo il capzioso quanto tendezioso richiamo alla Scuola Viennese) che il termine 'postmoderno' è stato coniato sulla base delle questioni cronologiche e terminologiche relative alle periodizzazioni tradizionali in cui viene - lana caprina o no? - suddivisa la Storia. Ma tale è stata la riflessione partorita da un input lanciato da un brillante intellettuale mio conoscente proprio a proposito dell'androgino platonico.

Ivo Flavio Abela

Giambattista Gigola, «Il simposio platonico».
Ca. 1790, Musei Civici di Arte e Storia, Brescia.

mercoledì 27 ottobre 2010

Non s'aveva da fare

Non riesco ad allinearmi alle posizioni di quanti, spinti magari dalle più oneste ragioni, difendono a spada tratta l’Unità d’Italia. Quanto segue è il frutto della tessitura di estemporanee e libere riflessioni.

Quella della possibilità di unificare l’Italia era un’idea non idea. Come fa un’idea ad essere contemporaneamente una non idea? Come fa un’idea ad essere l’opposto di se stessa? Chiarisco allora: «idea non idea» è soltanto un eufemistico calembour da me usato per dire che l’Italia è esistita solo nell’immaginazione di quanti si sono fermati a considerare che le Alpi separassero una penisola dal resto d’Europa. Non hanno però notato che in Italia i concetti di regione culturale e regione geografica e amministrativa non coincidono.

Le Alpi costituiscono in realtà un confine paradossalmente fittizio (anche se fisicamente reale) perché ciò che è contenuto a Sud di esse è culturalmente eterogeneo: a sud delle Alpi esistono altre barriere molto marcate (più subdole e insormontabili di una catena montuosa) che ci si ostina a non volere vedere, presi da una romantica quanto giocosa vena neo-risorgimentale e da una visione tanto deterministica quanto superata alla Le Roy Ladurie (sono rimasto perplesso alcuni anni fa dalla lettura di «Tempo di festa, tempo di carestia», della quale condividevo soltanto, e per giunta relativamente, la riflessione sugli effetti deterministici del clima). Proprio quelle barriere che non vediamo separano i cittadini italiani e li portano ad essere “antropologicamente” individualisti.

I linguisti sono soliti individuare cinque aree macroregionali nel territorio italiano, a ciascuna delle quali corrisponde una specifica varietà regionale di italiano (aree che diventano addirittura sei nell’analisi di chi suddivide ulteriormente quella settentrionale in nord-occidentale e in nord-orientale). Se la lingua rispecchia anche le matrici culturali secondo le quali la realtà viene elaborata (e ogni varietà regionale è una lingua a tutti gli effetti, sebbene abbia istituzionalmente come lingua-tetto l’italiano standard della tradizione letteraria e della grammatica ufficiale), ne uscirebbe confermata l’eterogeneità culturale di esseri umani che si vedono costretti a vivere nella stessa regione geografico-amministrativa. E la convivenza fra culture diverse è sempre difficile.

E che cosa hanno fatto quanti non si sono curati di prendere in considerazione quelle subdole barriere? Hanno pensato che una lingua letteraria (mai parlata di fatto da nessuno) potesse costituire un elemento di unificazione. Una lingua letteraria e non una lingua di comunicazione: follia. Follia ancora maggiore se si considera che l’italiano medio, geneticamente paraderetano e accidioso, ha sempre badato al proprio particulare.

Non può certo cambiare la sostanza delle cose il fatto che quella lingua fosse il fiorentino di Dante Alighieri. Vero è che quel fiorentino risultava lingua meno marcata delle altre. Ma sempre lingua imposta letterariamente era. E le lingue non possono essere imposte. Quando poi arrivò Galileo Galilei, il problema si ripropose: per denominare le invenzioni che cosa fare? Usare le tipologie linguistiche da arsenale (tutte diverse fra loro per motivi di diatopia)? Galilei scelse di risemantizzare vocaboli comuni della lingua fiorentina, gettando così le basi della lingua della prosa scientifica italiana. Ma tale azione aggiunse artificialità ad artificialità. Del resto perché in Europa non ha mai funzionato l’esperanto? Perché qualsiasi lingua imposta a tavolino non funziona. Perché una lingua imposta a tavolino presuppone contenuti da veicolare pure scelti a tavolino. Perché una lingua imposta a tavolino frena artificiosamente il flusso vitale tipico di ogni lingua naturale. Ma Galilei la ebbe vinta comunque perché l’imposizione continuava ad essere forte. Si voleva creare l’Italia così?

Oggi ci si lamenta perché i nostri allievi (tanto a scuola quanto all’università) non sanno scrivere. Ci si lamenta contemporaneamente del fatto che i dialetti si perdono (anche se il loro stato di salute non è poi così grave).

I dialetti si perdono a favore di una koiné che altro non sarebbe se non un compromesso fra una base fortemente regionalizzata (in cui i geosinonimi la fanno da padroni) e una sovrastruttura derivata dalla ristandardizzazione a fini comunicativi della lingua letteraria (di cui sono moderni campioni Maria De Filippi e tanti altri individui di dubbio spessore culturale). E tale variante neostandard è l’esito linguistico (triste) di una unità nazionale imposta a suo tempo, che oggi si tenta di fare uscire dalla porta (ciascuno per specifiche convinzioni variabili da persona a persona), ma che chi ripiega sul passato vuole maldestramente fare rientrare dalla finestra.

Certo è che Manzoni fu profeta e vide bene quando fece il suo risciacquo in Arno. Dalla querelle con Isaia Graziadio Ascoli uscì perdente, ma la Storia della Lingua (che sempre Storia è) gli diede ragione, se è vero che la stragrande maggioranza dei tratti linguistici individuabili nella sua quarantana sono tali quali parte di quei trentacinque tratti che Sabatini codificò nel 1985 come tipici appunto della lingua italiana neostandard (cioè della koiné di cui sopra) e che tali si mantengono, nonostante la celoduristica invasione della Lega, ancora nel 2010.

Eppure quella koiné è incolpevole (e incolpevole è anche la comunità di parlanti che ne fa uso): è una lingua naturale a tutti gli effetti (naturale nell’accezione desaussuriana della parola), in quanto corrisponde all’esito naturale cui è pervenuta una lingua inizialmente imposta. Quella koiné non può essere frenata. Non dovremmo meravigliarci allora quando, negli elaborati dei giovani italiani, vediamo dominare i deittici, i lui e lei al posto di egli ed ella, gli imperfetti al posto dei corrispondenti tempi e modi normativi nel periodo ipotetico dell’irrealtà, e soprattutto quelle espressioni tendenti all’anacoluto che, nella loro formulazione più innocua, sono le dislocazioni a destra e a sinistra, il cosiddetto c’è presentativo e soprattutto le frasi scisse o frante. E chissà perché, se una lingua come il francese ha già elaborato e metabolizzato, attraverso la loro grammaticalizzazione, le frasi scisse, non dovrebbe farlo quella italiana. La moderna letteratura ne fa uso quanto i giovani. Qualche anno fa vinse lo Strega (uno dei premi in genere peggio assegnati) «Il viaggiatore notturno» di Maurizio Maggiani: il trionfo del neostandard. Esperimenti più linguisticamente ortodossi (quali, per esempio, quelli di Umberto Eco, di Isabella Santacroce e di Domenico Seminerio, per fare tre nomi che mi si presentano alla mente istintivamente) diventano irrilevanti nella deriva del neostandard. Non lamentiamoci se i nostri studenti usano tale lingua ristandardizzata: non è colpa loro, ma dell’Italia finalmente unita.

Benedetto Radice
Un’Italia che fu unita a fucilate e non solo (per quanto concerne il Sud) contro i Borboni. Basti ricordare il triste caso di Bronte, narrato da Benedetto Radice nel suo «Nino Bixio a Bronte» per il quale Leonardo Sciascia scrisse un’illuminante e spietatamente lucida prefazione nel 1963 (mi riferisco al testo pubblicato dalle Edizioni Salvatore Sciascia di Caltanissetta). Radice fu mosso da «carità del natio loco, gratuitamente marchiato d’infamia dagli scrittori garibaldini, e dall’umana simpatia e pietà per quell’avvocato Lombardo che Bixio sbrigativamente aveva fatto fucilare come capo della rivolta». E perciò ancora più sincero fu il suo tentativo di fare emergere la verità contro la storiografia filogaribaldina ufficiale. Sciascia peraltro insiste sull’indignazione morale del Radice (quant’era spudorato Bixio la Belva! Al giovane che voleva portare le uova a Lombardo, il giorno prima dell’esecuzione, avrebbe detto: «Non ha bisogno di uova, domani avrà due palle in fronte»). Del resto che il Radice fosse un uomo di grandissima dignità morale è testimoniato anche dall’abnegazione con cui non si risparmiò durante il colera che colpì Bronte e buona parte della Sicilia.

Dal film
«Bronte. Cronaca di un massacro
che i libri di storia non hanno raccontato»
di Florestano Vancini
In altri termini Radice agiva spinto da una morale sincera e profondamente impregnata di umanità: quella che dimostrò di non possedere lo stesso Verga quando sostituì il pazzo con il nano in «Libertà», facendosi paladino di una forma quasi machiavellica di mistificazione artistica. Non c’era moralità in Garibaldi e in Bixio. Non c’era soprattutto in Bixio che apprezzava moltissimo i privilegi garantitigli da Mrs. Nelson: colei che faceva pagare, come ricorda ancora Sciascia, ammende fino a 39 ducati (ciò che un bracciante non avrebbe mai guadagnato col lavoro di una vita) ai poveretti che rubacchiavano un po’ di legna dalle sue riserve boschive. Sciascia stesso dolorosamente ricorda come quella mistificazione fosse dettata da un ipocrita «sentimento della nazione». Alla Camera Bixio disse: «Potrei citare fatti dolorosi in cui mi son trovato nella necessità di far fucilare». Nauseante.

Oggi i nodi di un’Unità imposta agli incolpevoli abitanti di una terra soltanto geograficamente unitaria stanno apocalitticamente venendo al pettine in blocco.

Ivo Flavio Abela

Appendice
http://www.youtube.com/watch?v=7e2Hfg7oGhc&feature=player_embedded#! è il link ad un’intervista a Florestano Vancini, regista del film «Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato» (1972), ispirato alla citata novella verghiana «Libertà». Se il linguaggio usato da Visconti nel film «La terra trema» sarebbe un siciliano tanto artificiale al punto da risultare a tratti incomprensibile agli stessi siciliani, come Sciascia stesso rilevò, diversamente agì Florestano Vancini nel suo film. Alla sceneggiatura collaborò inizialmente lo stesso Sciascia intervenendo sulla costruzione delle scene, ma non sui dialoghi, la cui redazione fu invece realizzata tardivamente, quando la collaborazione con Sciascia era già cessata. Tuttavia l’intellettuale racalmutese approvò, uscito il film, il fatto che Vancini avesse usato alcune battute realmente verbalizzate da quanti parteciparono al processo, battute ricavate dai numerosissimi documenti raccolti da Benedetto Benedetti durante il suo viaggio di ricognizione a Bronte e a Catania.