sabato 15 luglio 2017

«Anna Karenina» di Lev Tolstoj. Alcune considerazioni

Attenzione! Con buona probabilità questo articolo diverrà parte integrante di un libro che spero sarà pubblicato entro pochi mesi.

«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo proprio» è l'incipit di «Anna Karenina», romanzo che ho riletto a distanza ormai di anni e attraverso cui ho riscoperto, indirettamente, alcuni dettagli relativi alla vita giovanile dell'autore e al suo amore (fu tale inizialmente) per la seconda delle tre sorelle Bers, Sof'ja Andreevna. Lev l'avrebbe sposata alle 19:00 del 23 settembre 1862, durante una sontuosa cerimonia nuziale, presso la chiesa della Natività della Vergine a Mosca. Così Lëvin sposa Kitty a sera, provocando la meraviglia della Drubèckaja, per la quale non sposarsi di giorno è roba da mercanti, ma ricevendo il sostegno della Korsùnskaja, che s'è pure sposata di sera.

Tolstoj giunge con notevole ritardo in chiesa (due ore) poiché per errore la camicia che avrebbe dovuto indossare è stata posta in uno dei bagagli che sono stati già portati a casa dei Bers e che la coppia condurrà con sé dopo le nozze. Dunque al servo è stato ordinato di andare a comprarne una, ma è domenica e nessun negozio è aperto. Gli è toccato allora andare dai Bers e disfare il bagaglio per trovare la camicia e portarla al padrone. La stessa cosa accade a Lëvin: si trova addosso una camicia spiegazzata che non starebbe affatto bene indossare per un matrimonio, tanto più che dovrà portare aperto il gilet (come vuole la moda). Invia un servo ad acquistarne una nuova, ma è domenica e i negozi sono chiusi. Quindi il servo va dai suoceri di Lëvin perché a casa loro si trovano i bagagli che gli sposi porteranno con sé. Vengono disfatti e finalmente la camicia viene trovata e portata allo sposo che nel frattempo freme d'impazienza e teme che Kitty stia soffrendo terribilmente.

Peraltro una sorta di pesante scrupolo gli rode la coscienza: nella foga della sincerità, ha voluto consegnare a Kitty i propri diari in cui confessa che egli non è puro come lei, ma la stessa mattina s'è pure recato da Kitty ansioso, dubbioso, quasi terrorizzato. Le ha chiesto di pensar bene prima di sposarlo. Le ha quasi fatto una scenata. Kitty s'è intristita. I due hanno quasi cominciato a litigare. Ma il problema s'è risolto subito. E pure Lev, la mattina delle nozze, ha fatto la stessa cosa, sebbene la scenata al cospetto di Sof'ja avesse assunto i tratti dello sfogo incontrollato di un uomo geloso. Per Sof'ja, che ha dovuto sostenere tale evento (successivo, del resto, alla consegna da parte di Tolstoj a lei dei suoi diari), è stato terribile vivere quella sorta di incidente proprio il giorno del matrimonio. Ma alla fine i due si sono riconciliati. Tutto, insomma, risulta placato e superato.

Qualche differenza c'è. Il suocero di Tolstoj, il medico di corte Bers, è alquanto contrariato poiché sta accompagnando a nozze la figlia secondogenita. Non la primogenita, come sarebbe più lecito nel caso in cui, essendo disponibili più sorelle, fra queste ultime la primogenita stessa fosse ancora nubile. Il suocero di Lëvin, in genere brontolone, un po' burbero, ma in fondo buono, è felice ed anzi i suoi occhi si sono velati di lacrime quando Lëvin ha dichiarato il suo amore a Kitty (per la seconda volta. La prima è risultata fallimentare). E poi Tolstoj è stato fino a poco prima delle nozze un libertino; Lëvin, da scapolo, ha finito invece per scegliere di dedicarsi all'amministrazione delle proprie terre, alla redazione di un saggio di gestione agricola, alla realizzazione di un progetto sperimentale sulla coltivazione, basato su un rapporto paritario fra il padrone e i contadini (altro riflesso però - a ben vedere - delle idee "comunistiche" di Tolstoj proprio in merito alla coltivazione della terra. Lëvin del resto sorprende tutti quando sceglie di lavorare con i contadini durante la falciatura. Ed anche Lev lo fa a Jàsnaja Poljàna).

Sembra quasi che Lëvin rappresenti uno dei tanti aspetti della personalità di Tolstoj: un proprio, parziale, alter ego. Meglio: la proiezione di una parte di un sé ideale (anche in modo più forte e definito, rispetto a quanto avviene con certi personaggi di «Guerra e pace», quali il principe Andrej e Pierre).

E forse anche Kitty, colei che illumina tutto ciò che la circonda con la leggiadria, con la bellezza (per Lëvin non esiste bellezza paragonabile a quella di Kitty), con la grazia semplice ma proprio per questo ancor più sublime, è il riflesso di quella Sof'ja Bers appena diciottenne che sta andando in sposa a un uomo di sedici anni più anziano di lei. Lev amò Sof'ja moltissimo e per questo volle sposarla (al punto da confessarle l'amarezza implicita nella consapevolezza della propria vecchiaia incipiente, usando il gesso col quale verga le iniziali delle parole componenti alcune frasi, seduto al tavolo da gioco insieme a Sof'ja, analogamente a quanto avviene, nel romanzo, in quel tenero colloquio fra Lëvin e Kitty, in casa del cognato di quest'ultima). L'amò. E l'amò anche lei. Fino alla fine, facendosi del resto carico di un lavoro massacrante e consistente nel ricopiare più volte i lunghissimi romanzi del marito, di cui divenne una sorta di fedele ed eroica "editor" (e oggi le siamo grati).

Il matrimonio cristiano ortodosso di Lëvin e Kitty assume dunque tutti i colori e le caratteristiche di un inno all'amore coniugale, neutralizzando il chiacchiericcio cortilistico che si coglie tra gli invitati. Anzi, al cospetto della gioia dei due sposi, del senso di paradiso provato da Lëvin per tutta la durata della cerimonia, quel ciarlare come comari appare ancor più meschino e dunque indegno di considerazione. A ciò si aggiunga il fatto che la cerimonia nuziale cristiana ortodossa è poeticamente suggestiva nella sua divisione in due fasi: quella del fidanzamento e quella delle nozze vere e proprie (l'incoronazione). E risulta un vero trattato teologico-liturgico sulla celebrazione dell'amore: il corrispettivo rituale di ciò che in poesia e nelle Scritture è il «Cantico dei Cantici».

Completata la rilettura di «Anna Karenina», ci si rende ulteriormente conto del fatto che il vero protagonista è Lëvin, stando anche alla volontà dell'autore che (non a caso) volle aggiungere in un secondo momento l'ottava parte (tutta centrata su Lëvin stesso) e fece il possibile per farla pubblicare. In effetti la vicenda personale di Lëvin sarebbe rimasta incompleta: troppo felice, troppo corretto, troppo onesto. Troppo tutto. Ma per la perfezione gli manca qualcosa: la fede non tanto - a ben vedere - in Dio o in un dio, quanto nel Bene che è la forma concreta che Dio assume nell'alveo della quotidianità umana. Ecco: con l'ottava parte Lëvin diventa perfetto. A nessun altro personaggio del libro viene riservato un simile trattamento. Ma v'è anche amor proprio: Lëvin è ciò che Lev avrebbe desiderato essere; è l'edulcorato ritratto che Tolstoj s'è costruito di se stesso, come Kitty e Anna sono le due facce della stessa Sof'ja: magnifica amministratrice, moglie e amante nei primissimi mesi successivi alle nozze, come Kitty, ossessiva controllora gelosa del marito, già dal secondo anno di matrimonio, come la Karenina degli ultimi tempi. Ma Lëvin rimane il "personaggio-isotopia" del romanzo: colui intorno al quale si snoda pure la vicenda di quella che Tolstoj vorrebbe far passare per protagonista.

Ivo Flavio Abela

Domhnall Gleeson: Levin in «Anna Karenina» (regia di Joe Wright, Regno Unito, 2012)


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