lunedì 6 maggio 2013

«In hoc vinces» di Bruno Carboniero e Fabrizio Falconi. Fu vera visione?

La colossale testa bronzea di Costantino (Musei Vaticani).
La statua, forse del I sec., sarebbe stata poi riutilizzata

da Costantino e distrutta fra il VI e il VII secolo
Se ponessimo sui due piatti di una bilancia l'Occidente e l'Oriente a partire dal IV secolo d.C., il piatto contenente l'Oriente si abbasserebbe. Perché Flavio Valerio Costantino, imperatore romano dal 306 al 337, avrebbe segnato la storia dell'Impero orientalizzandolo. La sua scalata verso la vetta di un potere che  fallito l'esperimento tetrarchico dioclezianeo  l'avrebbe visto trionfare quale unico sovrano si combina infatti col trasferimento del centro amministrativo dell'Impero romano proprio in direzione asiatica. La creazione di Costantinopoli sulle rive del Bosforo avrebbe costituito nei secoli a venire l'unico elemento capace di fare sopravvivere l'Impero romano stesso, anche se esso si sarebbe gradualmente trasformato in una compagine statale dai forti connotati teocentrici e bizantini.

La creazione della nuova capitale avrebbe spostato verso Est anche il baricentro economico dell'Impero, favorendo lo sviluppo urbano in particolare della penisola anatolica e della provincia galatica in essa contenuta. Se Diocleziano aveva inferto un colpo non indifferente all'Occidente finendo per disinteressarsene (e il suo ritiro nel Palazzo di Spalato, dove si sarebbe dato all'ozio e all'agricoltura, ne è la prova più significativa), Costantino sembra abbandonarlo al suo destino, preparando inconsapevolmente l'apertura delle porte ai barbari che di lì ad alcuni decenni avrebbero finito per colpire la Pars Occidentis direttamente al cuore.

Icona con Elena e Costantino
santi della Chiesa Ortodossa
Costantino, figlio naturale di Costanzo Cloro e della stabularia Elena, era personalità controversa. Spregiudicatamente sanguinario nei confronti dei membri della sua stessa famiglia, fautore – ce lo ricorda Santo Mazzarino  di una società fortemente piramidale imperniata sul valore effettivo della moneta aurea, intendeva imporsi ai sudditi come επίσκοπος τῶν εκτός (epískopos tòn ektós), letteralmente «vescovo di quelli di fuori»: i laici (stando ancora al Mazzarino), cioè quanti risiedevano fuori dal raggio dell'autorità propriamente ecclesiastica dei vescovi. Senonché la scelta della parola epískopos è fortemente indicativa: se ciascun vero epískopos esercitava la propria autorità religiosa sulle anime di quanti vivevano nel proprio ambito di competenza, Costantino esercitava un'autorità laica su tutti perché così – sublime contraddizione  Dio stesso aveva voluto, manifestandoglisi la notte del 27 ottobre del 312, cioè alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio. Costantino ne sarebbe stato il vincitore sconfiggendo Massenzio. Quest'ultimo sarebbe morto nelle acque del Tevere, come ricorda Lattanzio nel «De mortibus persecutorum», trattato che s'inscrive nella tradizione apologetica di una Letteratura cristiana in lingua latina che muove i primi passi (e che solo più tardi giungerà alla definitiva maturità conferitale dall'ipponense Agostino attraverso la codificazione teologica del pensiero cristiano).

La presunta visione di Costantino nel corso di quella notte è il tema di «In hoc vinces» di Bruno Carboniero e Fabrizio Falconi (Edizioni Mediterranee, 2011). Costantino avrebbe visto in sogno il monogramma di Cristo accompagnato dalle parole «Τούτῳ νίκα» (Toúto níka, come riferisce Eusebio di Cesarea) o «Ἐν τούτῳ νίκα» (En toúto níka, come riferiscono altre fonti): rispettivamente «Con questo vinci» (intendendo Τούτῳ come dativo strumentale) e «In questo vinci» (En toúto è un complemento di stato in luogo figurato). Tali parole sarebbero state integrate con la menzione del signum nella corrispondente espressione latina «In hoc signo vinces» («In questo segno vincerai»). Costantino avrebbe dunque fatto imprimere quel signum sugli scudi dei suoi soldati i quali, pur numericamente inferiori rispetto a quelli di Massenzio, sarebbero stati i vincitori della battaglia di Ponte Milvio.

Com'è noto, la visione di Costantino è stata letta nel corso dei secoli sostanzialmente in due modi. La tradizione storiografica inaugurata da Lattanzio ed Eusebio di Cesarea  che ne riferiscono rispettivamente nel già citato «De mortibus persecutorum» e nella «Vita Costantini», sebbene non negli stessi termini, ma convergendo comunque sul particolare del sogno  ha individuato in essa semplicemente un evento miracoloso. La storiografia successiva ha invece letto generalmente nella visione nulla più di una fola costruita e diffusa ad arte dalla propaganda di regime – in cui gli scritti di Lattanzio e di Eusebio si inscrivono ovviamente a buon diritto  per giustificare la liceità e la necessità del potere costantiniano.

Alla luce della seconda e più razionale interpretazione, si spiegherebbero del resto gli utilitaristici tentativi costantiniani di assecondare la diffusione del Cristianesimo a partire dall'emanazione dell'Editto di Milano (313), con cui veniva concessa ai sudditi dell'Impero la libertà di professare qualsiasi religione, compresa quella cristiana. È noto che all'Editto di Milano seguì la cristianizzazione dell'Impero: furono costruite basiliche destinate alle cerimonie religiose cristiane, furono diffusi culti specifici (quello della Croce, per esempio, nella cui elaborazione assunse un ruolo fondamentale Elena), fu affermata l'ortodossia cattolica (per arginare certe derive ereticheggianti quali quella donatista) che trionfò nel Concilio di Nicea del 325. Tale concilio fu del resto fortemente voluto dallo stesso Costantino che così si ritagliava il ruolo di capo  latente ma poi non troppo  della neonata Chiesa Cattolica.

Il Casale di Malborghetto in una vecchia fotografia
(si distinguono i fornici)
Bruno Carboniero e Fabrizio Falconi hanno cercato di affrancarsi da entrambe le letture e dalla strettoia razionalistica del «tertium non datur». Fonti alla mano, essi hanno analizzato innanzitutto la geomorfologia del territorio situato a Nord di Roma, in cui sono compresi il monte Soratte e l'area di Malborghetto con il noto Casale – oggi sede di un distaccamento della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Roma – presso cui Costantino si trovava accampato con le sue armate la notte del 27 ottobre 312. Dell'arco murato nel Casale si è sempre ipotizzata una destinazione trionfale legata alla vittoria di Costantino su Massenzio, destinazione che ne farebbe però un inutile duplicato di quello famosissimo eretto a Roma presso i Fori imperiali. Carboniero e Falconi giungono invece a individuarvi un monumento commemorativo di qualcosa di singolare che in quel luogo si sarebbe verificato: proprio la visione di Costantino. Perché Costantino, secondo loro, avrebbe davvero visto qualcosa.

La Costellazione del Cigno
Ricostruendo la mappa stellare di quella notte mediante ausilî digitali, gli autori hanno in essa notato una combinazione astronomica assolutamente rara ed inusuale per non essere percepita dall'osservatore dell'epoca come eccezionale: quella notte, in una porzione di cielo piuttosto limitata, erano ben visibili quattro pianeti onomasticamente legati al pantheon delle divinità romane e perfettamente allineati fra loro, nonché la costellazione dell'Aquila e la costellazione del Cigno. L'eccezionalità insita nella compresenza di tali corpi celesti poteva a buon diritto essere considerata un signum da chi, come Costantino, era solito tenere conto delle circostanze astronomiche e delle interpretazioni cui esse andavano soggette. Inoltre, se la costellazione dell'Aquila richiamava l'Impero romano in quanto l'aquila ne era il simbolo più acclimatato, la costellazione del Cigno presentava una conformazione perfettamente sovrapponibile a quella dello staurogramma: il simbolo ottenuto mediante la sovrapposizione dei due grafemi maiuscoli dell'alfabeto greco tau (T) e rho (P), usato dal 200 d. C. circa come monogramma di Cristo.

L'ipotesi è certamente molto suggestiva ed in fondo verosimile, se è addirittura stata presa in considerazione da Marina Piranomonte, archeologa della Sovrintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, nel suo recente saggio «Costantino e i luoghi della battaglia. Ponte Milvio e l'arco di Malborghetto». Tuttavia gli stessi autori – con molta onestà intellettuale – tengono a sottolineare che appunto di ipotesi pura si tratta e che quanto da loro individuato non possiede di certo carattere dimostrativo.

Piero della Francesca
«La visione di Costantino»

Arezzo, Basilica di San Francesco, Cappella Bacci
Carboniero e Falconi però non si fermano e giungono a chiamare in causa Piero della Francesca, autore del ciclo di affreschi «Leggenda della vera croce» (Arezzo, Basilica di San Francesco, Cappella Bacci), realizzato sulla scorta della «Leggenda dei santi» – poi nota come «Leggenda aurea» – di Iacopo da Varazze (o da Varagine). Il ciclo comprende un affresco in cui viene illustrata la visione di Costantino. Due elementi di quest'affresco hanno attirato in particolare Falconi e Carboniero. Il primo è costituito dal cielo che fa da sfondo alla sommità della tenda nella quale Costantino è disteso: è un cielo vero, cioè un cielo su cui con grande perizia l'artista ha dipinto una configurazione astronomica per qualche verso assimilabile a quella della notte del 27 ottobre 312 (peraltro svelata all'osservatore odierno dai restauri cui l'affresco è stato sottoposto una decina di anni fa). Il secondo elemento è dato dalla creatura alata raffigurata in alto a sinistra: è un angelo, ma un angelo che a prima vista – a causa soprattutto della posizione che ne evidenzia le ali mostrandole posteriormente – sembra un uccello (confrontabile con il cigno raffigurato a testa in giù nelle antiche mappe astronomiche ad indicare l'omonima costellazione). Carboniero e Falconi immaginano insomma che a Piero della Francesca (matematico, alchimista, astronomo) fosse stata tramandata in qualche modo l'idea della effettiva configurazione astronomica della notte del 27 ottobre 312 e – conseguentemente – dell'importanza che in essa era rivestita dal Cigno. Di quest'ultimo avrebbe dunque lasciato un subliminale riferimento proprio nell'immagine "aviforme" dell'angelo che, discendendo dal cielo, porge a Costantino una croce.

Fabrizio Falconi e Bruno Carboniero
visibilmente ... sincronizzati
È ovvio che un'ipotesi come quella appena discussa appare piuttosto avventata e molto fantasiosa in assenza di altri dati, ma gli autori dichiarano prudentemente di volerla usare come pura ipotesi di lavoro per indagini future (peraltro attualmente in corso), supportati anche dalla raffigurazione musiva dello staurogramma nel Battistero di San Giovanni in Fonte a Napoli (la cui immagine è riportata sulla copertina del libro). Un'epigrafe assegna la paternità del Battistero a Costantino. L'edificio è peraltro annesso alla Basilica che, stando al Liber Pontificalis Ecclesiae Romanae, sarebbe stata pure costruita per ordine di Costantino. Lo staurogramma appare al centro della cupola del Battistero, stagliandosi (in modo del tutto inedito in quanto mai attestato anteriormente) su un fondo stellato.

«In hoc vinces» è un testo di taglio molto divulgativo, dotato anche di ampie inserzioni discorsive quasi a livello del colloquiale (come se Falconi e Carboniero dialogassero direttamente col lettore). Alla lettura integrale del libro si rimanda senz'altro anche per l'originalità dell'impostazione. Intanto non resta che attendere gli ulteriori sviluppi delle ricerche.

Ivo Flavio Abela

martedì 30 aprile 2013

Destini paralleli di un uomo e di una città

Nell'estate 2010 mi fu chiesto di scrivere la recensione al romanzo di un autore catanese emergente. Sarebbe stata pubblicata non posso dire dove. La scrissi. La inviai alla committente la quale divenne prima ipocritamente reticente. Poi sparì. Le ragioni della scomparsa sono rimaste ignote. Salvo attribuire lo strano comportamento a turbe psichiche e ad acidità d'animo. O più semplicemente a un malcelato complesso d'inferiorità, come qualche malalingua  poi non tanto mala  mi riferì. Nei miei ritagli di tempo ho riletto il romanzo. La seconda lettura mi ha portato a guardarne i difetti più di quanto non avessi fatto durante la prima (quando ero incalzato dall'urgenza della "consegna" della recensione). Ho ritrovato la recensione stessa e ne ho ritoccato qualche punto così da rendere maggiormente ragione delle manchevolezze da me riscontrate. E mi sono detto che in fondo il mio blog avrebbe potuto bene accoglierla.

«Il rosso e il nero». No. Non è il romanzo di Stendhal. Ma potrebbe essere il titolo alternativo per «Una raggiante Catania» di Domenico Trischitta, in cui i due colori non richiamano il sangue e la morte, ma il fascismo e il comunismo (non si fraintenda: il richiamo stendhaliano riguarda solo il titolo. Non certo le qualità letterarie del romanzo in esame). Con un netto prevalere del rosso in quegli anni ‘70 in cui si colloca l’incipit della parabola esistenziale del protagonista-autore e della sua educazione sentimentale. Sullo sfondo di una città dilaniata da scontri proprio fra neri e rossi. Sullo sfondo di un quartiere, il nuovo San Berillo, popolato da «neodeportati che devono inventarsi un futuro, strada criminale o schiena spaccata ad allevare figli», violentato anch’esso da scontri di ragazzi che, implotonati in bande fanciullescamente organizzate, s’impegnano in un singolare apprendistato per diventare ciò che saranno: i protagonisti della malavita che insanguinerà la città nel decennio successivo.

In principio erano Don Mimì e Don Saro. Perché da loro prende le mosse l’autore: Don Mimì, il nonno paterno, ucciso mentre si trova col figlio Saro al mulino di Mascalucia, presso il quale s’è recato per procurarsi la farina «anche se là ci sono molti tedeschi»; Don Saro, figlio di Don Mimì e padre di Turi, che da bambino vive il duplice trauma dell’abbandono e della morte del genitore e che sembra trovare un tenero e umanissimo riscatto solo quando la Madonna del Rosario viene portata in processione nel suo quartiere. Fato e necessità, quasi inscritti nel codice genetico dei maschi di casa Tringali, finiscono così per caratterizzare anche la vita di Turi, nella misura in cui Turi stesso li combatterà per non fare la fine cui sono destinati gli amici di adolescenza, sorretto peraltro da un «carattere volitivo» che ne fa la «fotocopia» della madre e da un egoismo «preoccupante», maturato anche a contatto con un fratello gemello, «irrimediabilmente segnato per tutta la vita» da problemi fisici generatisi alla nascita.

La menzione del padre e del nonno sembra sovrapporsi a quella del primo completo atto autoerotico di un Turi dodicenne, come a sottolineare quanto le pulsioni sessuali agiscano nella vita di un uomo, assolvendo quasi a un ruolo terapeutico. La naturalezza e la precisione con cui vengono narrate fin nei dettagli le esperienze sessuali successive si alimentano anche di un linguaggio fortemente realistico che fotografa edonisticamente la realtà sessuale per quella che è. Ma sono anche terribilmente esagerate. Alla lunga diventano quasi stucchevoli e stancano (tanto varrebbe guardare un film hard). L'autore si compiace delle proprie gesta erotiche (che però non sono – ahimè – quelle di Squaw Pelle di Luna), dando l'impressione di non riuscire a sottrarsi al gallismo siculo («Vadda quantu sugnu masculu!» sembra dire). Il lettore esperto se la ridacchia. E giunge magari a sospettare che quelle esperienze l'autore-protagonista le abbia vissute solo nella sua arrapata fantasia (e mi si perdoni la dislocazione a sinistra).

La storia di Turi viene narrata in forma di massiccio climax che muove da una folla di ricordi eterogenei: il quartiere, gli scontri fra i suoi giovani abitanti, la dura vita dei «deportati», le primissime scoperte musicali, alcune scene – gustose, ma dall’amaro retrogusto – quali quella del funerale di Fimminedda, il travestito morto a causa – beffardo contrappasso – di un tumore ai testicoli. Tende dunque, gradino dopo gradino, a sconfinare in una ricomposizione finale.

Difficile stabilire quale fil rouge permetta ai ricordi di integrarsi mentre si procede nella lettura. Forse l’iperpresente io narrante che fa di «Una raggiante Catania» un romanzo in parte autobiografico. Esso rimane persistente anche quando viene abbandonata la narrazione in prima persona e adottata quella in terza (che avviene presumibilmente quando l’autore percepisce certi ruoli, assunti suo malgrado, come estranei al soddisfacimento delle proprie esigenze). Quell’io narrante diviene poi ancora più tangibile verso la conclusione del romanzo, allorché la riflessione assume la forma di un intimismo a tratti nostalgico, a tratti esistenziale (in particolare dopo il lungo episodio della permanenza in Germania).

L'insopportabile Carmen Consoli:
una cantante da acqua a linzolu
o da fer'o luni
(i catanesi comprenderanno)
O quel fil rouge è forse Catania stessa che abbandona gradualmente le tinte noir dei suoi anni ‘70, colorandosi occasionalmente di rosso, per conseguire il luminoso splendore della metà degli anni ‘90, quando si riempie della luce dei megaconcerti rock, della «cantantessa» Carmen Consoli, del sodalizio artistico di Battiato e Sgalambro: l’epoca dell’amministrazione di Enzo Bianco, sotto cui Catania può a buon diritto fregiarsi del titolo di capitale culturale del Mezzogiorno d’Italia.

Eppure l’intimismo autobiografico assume una consistenza maggiore proprio quando la città diventa raggiante. Sembrerebbe un Turi pessimista quello del finale. Forse perché egli conosce l’oscurità nella quale Catania è caduta nel decennio successivo, di cui non fa appositamente menzione. Ad ogni culmine – sembra esprimere il silenzio dell’autore sulla Catania del III millennio – segue la decadenza.

Lindi e concreti lo stile e il linguaggio, entrambi sostenuti da un tentativo di ricerca estetica. Tuttavia in alcuni punti sembra che l'autore voglia anacronisticamente imitare la prosa verista (si legga ad esempio quanto segue: «Quando gli sparavano il fuoco, a Don Saro gli si squagliava il sangue per l’emozione […] perché la Santa patrona di Catania […] gli aveva portato la sua Madonna a casa». Sembra di rileggere «Rosso Malpelo»). Il risultato puzza scolasticamente di muffa. Il romanzo – comunque – rappresenta nel complesso una prova dignitosa. Ma deve ancora passare un bel po' d'acqua sotto i ponti.

Ivo Flavio Abela

sabato 27 aprile 2013

«La morte di Ivan Il'ič»


«II principe Andréj non soltanto sapeva di dover morire, ma si sentiva morire, sentiva d'esser già morto a metà. Egli aveva la coscienza di essere estraneo ad ogni cosa terrena e di sperimentare una lieta e strana facilità ad esistere». Così Tolstoj nell'incipit di una delle più belle pagine della Letteratura di tutti i tempi: quella in cui vengono narrati i momenti precedenti il compiersi «del semplice e solenne mistero della morte» di uno dei personaggi più interessanti e meno "terreni" di «Guerra e pace». Sposato con una donna per la quale nutre poco interesse, quindi vedovo (la principessa muore a causa di un parto complesso), poi fidanzato di Nataša Rostova, tradito da lei per quel delinquente di Anatolij Kuraghin, ferito due volte sul campo di battaglia (la seconda rovinosamente), non gli rimaneva che morire. Sconfitte le armate napoleoniche, non diversamente al generale Kutuzov, incapace di capire che cosa fosse quell'Europa in cui la Russia si trovava di colpo proiettata come potenza ancora olezzante degli allori appena mietuti, «non restava altro che la morte. Ed egli morì».

Appare a maggior ragione priva di logica la morte di Ivan Il'ič: un uomo legato alla vita, capace di costruirsi una carriera in ambito forense fino a diventare giudice, amante del proprio lavoro che costituisce anche lo strumento per sfuggire alle grane di una vita coniugale costellata di liti e di ripicche, pago della casa che riesce a procurarsi e che arreda con mobili, tappezzerie e tendaggi costosi e apparentemente raffinati, fiero di riuscire a gestire rapporti professionali e sociali con estrema correttezza (cioè con la decenza e il perbenismo che lo fanno sentire giusto e magnanimo).

Un giorno, mentre si trova su una scala sulla quale è salito per mostrare al tappezziere come disporre un panneggio, Ivan cade urtando col fianco la maniglia di una finestra: un incidente domestico di poco conto che egli stesso narra in seguito con amplificata e compiaciuta sufficienza ai suoi familiari, quando essi lo raggiungono a San Pietroburgo. Ma quell'incidente segna l'inizio di una malattia apparentemente inspiegabile che consuma gradualmente Ivan fino a procurarne la morte all'età di soli quarantacinque anni, con soddisfazione dei colleghi «giacché a morire era stato lui e non loro» e visto che ciò si traduce in un vantaggioso rimpasto di assegnazioni di cariche. Ma anche con loro disappunto, dal momento che devono affrontare «noiosissimi convenevoli ... il funerale, la visita di condoglianze alla vedova», la vista del defunto ricomposto ed esposto nella sala col viso giallo e cereo e col naso prominente, il lezzo di cadavere. Per fortuna il morto non può rovinare ai colleghi l'usuale partita di whist che si svolgerà solo a sera, cioè a cerimonia funebre avvenuta. E prima della cerimonia funebre del resto anche la vedova va alla ricerca della propria soddisfazione, prendendo informazioni sul modo più vantaggioso di spillare allo Stato quella che oggi definiremmo una (congrua) pensione di reversibilità (dopo avere del resto pure desiderato, durante la malattia del marito, che questi morisse, salvo poi rinunciare a un simile desiderio «perché, in tal caso, sarebbe venuto a mancare lo stipendio»).

Quella che Ivan ha amato è dunque una vita infarcita di ipocrisia. Ecco dunque la ragione per cui "può" morire come sono morti Andréj e il generale. L'ipocrisia si trasforma in pura menzogna durante la sua malattia, quando tutti prendono a trattarlo come un uomo semplicemente malato (e non destinato a morire) cui limitarsi a fare buon viso come se ogni difficoltà potesse prima o poi essere appianata: la moglie che si lascia andare a parole (e a qualche bacio) di circostanza, la figlia che vede nella sofferenza del padre una minaccia alla propria spensieratezza di giovane che vive il suo primo amore, il cognato, gli amici, i medici. Ivan si sente allora sempre più solo e finisce per detestare quanti lo circondano. Odia tutti. Eccetto il figlio ginnasiale (di cui Tolstoj mette a nudo quasi sfacciatamente  sebbene tra le righe  la tenera sensibilità) e Gerasim che è un servo giovane e schietto di origini contadine (e non può essere un caso se l'autore della storia è Tolstoj): l'unico che si fa carico delle sofferenze di Ivan. Anche fisicamente. L'unico che gli parla della fine imminente.

Vjačeslav Tichonov: il principe Andréj Bolkonskij
«Guerra e pace» (regia di Sergéj Bondarčuk, 1967)
Ivan è ormai prigioniero della solitudine. Inizia lentamente a ravvisare i frutti dell'opera distruttrice della morte nella consunzione del proprio corpo («Possibile che lei sia la verità?»). Arriva a pensare di stare scontando la colpa di avere condotto una vita sbagliata. Si chiude sempre di più in se stesso fino a giacere sul divano col viso rivolto verso il muro lungo cui il divano stesso è disposto. Ma la morte non gli dà pace ed egli inizia a subire una sorta di rigor mortis prima del tempo: assume definitivamente una posizione supina, prefigurazione di quella che dovrà assumere nella bara (che il lettore conosce già perché l'ha "vista" nel primo capitolo).


«Qualcosa gorgogliava nel suo petto; il suo corpo sfinito sussultava. Poi il gorgoglio e il rantolo si fecero più rari.
"È finita!" pronunciò qualcuno sopra di lui.
Egli udì quelle parole e le ripeté nel proprio animo. "Finita la morte" disse a se stesso. "Non c'è più".
Trasse un sospiro, si fermò a metà, si distese e morì».

Non è "miracolo" la morte di Ivan Il'ič. Non è «solenne mistero». Non lo è quanto quella di Andréj Bolkonskij. Ma se la morte del principe di «Guerra e pace» è la morte di chi ha imparato per tempo a lasciare il mondo e con facilità riesce dunque a lasciarlo, quella di Ivan è la fine (paradossalmente più vera, più umana, ma anche più sconcertante) di chi del mondo ha capito poco al punto di non riuscire a liberarsene se non quando è troppo tardi.

Ivo Flavio Abela

venerdì 19 aprile 2013

«Miscendo humana divinis». Per il compleanno di Roma (21 aprile 2013)


Il filo conduttore di cui Tito Livio si serve per tessere la narrazione della storia romana in «Ab Urbe condita» è squisitamente polibiano: Roma è un organismo politico che si è sviluppato a un tale grado di «magnitudo» da soffrirne («laboret» è il termine usato nella «Praefatio») e da rischiare di rimanerne schiacciata. Simile visione sembra attinta «a una concezione organicistica, biologica della storia, che è, in prima istanza, di marca greca, cosa che equivale a sistemazione e concettualizzazione, da parte greca, di un'idea centrale nella concezione romana autentica, quella dell'imperium» (Domenico Musti, «Il pensiero storico romano», in «Lo spazio letterario di Roma antica», I, 177-240, Roma, Salerno Editrice, 1989, p. 209).

Nel contempo Livio cerca di superare la suggestione polibiana o quantomeno ciò che di troppo razionalistico, meccanicistico ed evoluzionistico è in essa insito: la grandezza di Roma è in qualche modo predestinata, quasi tutta la storia di Roma rientrasse in un disegno provvidenziale che l'avrebbe portata a diventare «caput mundi». Non solo dunque le virtù umane: anche il volere divino – specificamente Marte, padre di Romolo e del popolo da lui originato – avrebbe giocato un ruolo fondamentale aiutando Roma e mettendola fortemente alla prova per farne emergere più platealmente il valore: «Et adeo varia fortuna belli ancepsque Mars fuit, ut propius periculum fuerint, qui vicerunt», ovvero «e furono di esito talmente dubbio le vicende della guerra e tanto ambiguo fu Marte che si trovarono più vicini al pericolo quanti poi vinsero», dice del resto Livio accingendosi a narrare la guerra annibalica nella «Praefatio» al IV libro. Anzi è probabile che Livio volesse sottilmente polemizzare proprio contro quel razionalismo greco-ellenistico che aveva in Polibio il maggiore pensatore (con le sue teorie dell'anaciclosi e della costituzione mista).

L'Augusto di Prima Porta
L'elemento soprannaturale permea la storia liviana opponendo apparentemente Livio anche alla "scientificità" ravvisabile nella storiografia greca a partire da Tucidide. Livio infatti dichiara apertamente di non volere né accettare né respingere gli eventi relativi ai primordi di Roma. Ne riconosce peraltro la natura ancora nella «Praefatio» al libro I: «magis decora fabulis quam incorruptis rerum gestarum monumentis» («ornamenti più adatti alle favole dei poeti che a un incorrotto monumento di imprese»). In sostanza egli collega la sfera umana a quella divina realizzando, in un'opera storiografica, lo stesso principio su cui si basa il mito. Anzi la storia di Roma è senz'altro mito: non esiste altro popolo che possa arrogarsi, in nome della propria gloria militare, il diritto di rendere i propri «primordia […] augustiora [...] miscendo humana divinis» («le proprie origini […] più auguste [...] mescolando gli eventi umani a quelli divini»), diritto riconosciuto da tutte le genti che, già tollerando la propria sottomissione al popolo romano, possono anche sopportare il fatto che esso «suum conditorisque sui parentem Martem potissimus ferat» («consideri con convinzione Marte padre di se stesso e del suo fondatore»).

Non manca in Livio una certa autoesaltazione. «Immensi operis» e «tantum operis» sono espressioni con cui lo storico definisce nella «Praefatio» il suo «opus», salvo smorzare il tono autoapologetico con formule di modestia atte a realizzare una sommessa forma di «captatio benevolentiae». Ma che in Livio tutto sia grande e solenne (Augusto, l'Impero, le origini di Roma), che egli consideri grande il suo lavoro e voglia renderlo letterariamente ancora più grande, è testimoniato dall'attacco cantabile della stessa «Praefatio»: «Facturusne operae pretium sim», in cui già Quintiliano (9, 4, 74) riconosceva un tetrametro dattilico funzionalizzato a dotare di respiro poetico il ritmo fisiologicamente piano della prosa. Del resto Livio conclude la «Praefatio» stessa augurandosi di poter disporre della medesima ispirazione dei poeti.

...

Stralcio dell'introduzione a un mio vecchio studio sulla «Praefatio» al libro IV di «Ab Urbe condita» (per una volta posso autocitarmi...). Acerbo e frettoloso (ricordo che lo scrissi di corsa, ma ciò non mi impedì di occuparmi anche di «patavinitas»). Ma tant'è: è uno studio cui sono molto legato perché, se non fossi Ivo, vorrei essere Tito Livio. E buon compleanno, Roma!

Ivo Flavio Abela

Il rilievo della Tellus (Ara Pacis Augustae, Roma)

giovedì 18 aprile 2013

Diocleziano contro Plutarco (libera ermeneusi)

Plutarco

Plutarco - nelle sue coppie di biografie - accosta un personaggio greco ad uno romano sulla base di caratteristiche spesso forzatamente accomunanti. E ben sappiamo che quell'accostamento è in realtà una contrapposizione che spesso denuncia (soprattutto - ovvio - quando tale contrapposizione fosse espressa più o meno platealmente da un romano) l'inferiorità dei romani rispetto ai greci (che esiste dalle origini in fondo: si pensi agli intenti con cui è scritto il «Bellum Poenicum» da Nevio. Sono intenti denuncianti un chiaro complesso d'inferiorità culturale).

Plutarco per fortuna è un greco e non ha bisogno di sentirsi inferiore (appunto perché greco), ma è consapevole del fatto che Occidente e Oriente sono e sempre saranno inconciliabili: nelle sue biografie si prefigura la scissione definitiva di un Occidente (che poi cadrà per mano delle popolazioni del Nord e a causa di problemi economici) da un Oriente che resisterà molto più a lungo, una volta privato del ramo secco rappresentato dall'Occidente. Plutarco prefigura l'inevitabile scissione. Il messaggio mi pare chiaro: «Siamo più forti di voi. E lo siamo perché siamo più antichi e il nostro ethos è più prestigioso del vostro».

Diocleziano con la Tetrarchia realizza un ultimo tentativo (perché il suo è davvero l'ultimo tentativo "italocentrico" in tal senso) di tenere abbarbicati l'uno all'altro l'Occidente e l'Oriente. Lo fa dando un colpo al cerchio e uno alla botte: rafforzando la divisione (Occidente e Oriente avranno ciascuno il suo Augusto e il suo Cesare), ma cercando intanto di tenere ricucite le parti divise (ecco perché si contrappone a Plutarco, nella cui ideologia le due parti invece non possono che essere divise. Ed ogni tentativo di cucitura è inutile). Poi emana una misura fiscale (la capitatio-iugatio) che affama alcune aree dell'Impero e ne favorisce altre (non è un esperto "demologo" e ignora che cosa sia la densità demografica). Anche se è fin troppo scaltro: alla fine se ne lava le mani e sceglie Spalato, dimostrando indifferenza nei confronti di un nuovo assetto.

I Tetrarchi (Venezia)
In verità l'Impero Romano è già finito alla fine del II secolo: la rinascenza voluta da Adriano non ha nulla in comune con quella augustea. Quest'ultima era funzionale alla canonizzazione dell'ideologia imperiale, mentre quella adrianea è più estetica ed è la spia di un decadentismo che viene poi abbracciato in pieno da Marco Aurelio. Dopodiché l'Impero Romano (d'Occidente) diverrà un fantasma. E Costantino infatti sarà un imperatore "orientale".

In fondo basta guardare l'abbigliamento dei quattro personaggi qui rappresentati:
l'Occidente qui non si fonde con l'Oriente, ma s'inchina al suo cospetto. È un mondo nuovo, "moderno". O tardoantico: certo. Ed è un tardoantico che, quando Diocleziano arriva al potere, è già in corso da almeno un secolo.

Ivo Flavio Abela

giovedì 4 aprile 2013

La bellezza delle icone ortodosse


Secondo il racconto leggendario della «scelta della fede»,
Vladimir, principe di Kiev,
per scegliere la migliore religione
avrebbe inviato degli emissari presso i Musulmani, gli Ebrei, i Latini e i Greci.
Il rapporto, che questi gli fecero su ciò che avevano vissuto a Costantinopoli,
lo avrebbe deciso senza alcuna esitazione in favore del cristianesimo nella forma bizantina.
Essi dicevano:
«Noi non sapevamo se eravamo in cielo o sulla terra,
perché sulla terra non si trova simile bellezza».
Non si trattò della sola impressione estetica,
perché il racconto la supera infinitamente:
«Perciò non sappiamo che cosa dire,
ma una cosa sola sappiamo: là Dio dimora con gli uomini… ».
Ciò che è bello è la presenza di Dio tra gli uomini;
essa rapisce gli animi e li trasporta.

Pavel Nikolaevič Evdokimov, «Teologia della bellezza», Roma, 1981, p. 36

Andrej Rublëv
Icona della «Trinità»
L’icona viene realizzata da maestri che usano materiali poverissimi (il substrato è costituito dal legno. Si aggiungono poi la tela, il collante, i pigmenti, le vernici), ma è in grado di veicolare significati molto complessi, diventando una summa theologiae (per usare un’espressione cara all’aquinate Tommaso) e una guida per chi la contempla. È bella. La sua bellezza è salvifica in quanto l’icona è spazio visibile dell’Invisibile, cioè del vero Bello. Non soltanto essa esaurisce il senso della kalokagathìa di ascendenza classica, ma è anche privilegiato veicolo della fusione di etica, estetica e contemplazione (quest’ultima intesa come esperienza mistica). Essa viene sì realizzata nel laboratorio dell’iconografo, ma tale laboratorio trova la sua ideale collocazione nel monastero (in termini storici), dove il laboratorio stesso si spoglia dei propri connotati puramente tecnici e di bottega per diventare il luogo in cui l’artista smette di essere tale (egli è solo un tramite infatti perché l’artista è Dio) e agisce da uomo che costruisce se stesso come immagine vivente dell’Invisibile. L’icona ha una funzione soprattutto liturgica in quanto immagine conduttrice: contemplarla durante il rito significa ricavarne l’ispirazione che rende efficace la partecipazione al rito stesso. Ma è anche immagine conduttrice nella vita quotidiana e familiare, se inserita in un angolo domestico che – non a caso – nella tradizione slava viene definito «Angolo della Bellezza» («non è nella natura in se stessa che si situa la vera Bellezza, bensì nell’epifania del Trascendente che fa della natura il legame cosmico del suo irradiamento, un “roveto ardente”» secondo Pavel Evdokimov alla pagina 48 del libro citato in esergo).

Due testi sono fondamentali per capire l’essenza dell’icona: «Teologia della bellezza» di Pavel Nikolaevič Evdokimov (Edizioni Paoline, Roma, 1981, già citato e non solo in esergo) e «L'icona, immagine dell'invisibile. Elementi di teologia, estetica e tecnica» di Egon Sendler (Edizioni Paoline, Roma, 1983): datati (senza dubbio), ma ancora validissimi capisaldi. E sono due testi che possono essere letti “insieme” in quanto si integrano a vicenda: nel primo prevale la riflessione teologica, nel secondo prevalgono quella storica e quella pratica (pratica in quanto Sendler spiega meticolosamente come un’icona debba essere realizzata). Tuttavia mi sembra opportuno dedicare una riflessione al primo dei due a causa appunto del suo carattere spiccatamente teologico.

Evdokimov insiste sul senso liturgico dell’icona, stigmatizzando (ora tra le righe, ora platealmente) la cultura e la Chiesa d’Occidente che avrebbero smarrito la loro dimensiona ieratica, di cui il rispetto della liturgia sarebbe componente fondamentale. Secondo lo studioso, la teologia occidentale infatti ha sempre «manifestato una certa indifferenza dogmatica rispetto alla portata spirituale dell’arte sacra, a quella iconografica che, malgrado il suo lungo martirologio, è così venerata in Oriente. Tuttavia, provvidenzialmente, l’arte occidentale fu in ritardo sul pensiero teologico e, fino al secolo XII, resta fedele alla tradizione comune tanto all’Oriente che all’Occidente. Questa tradizione unica vive pienamente nella magnifica arte romanica, nel miracolo della cattedrale di Chartres, nella pittura italiana che coltiva ancora la maniera bizantina» (p. 89).

Teofilo Cretese
«Crocifissione» (1567)
Successivamente l’adozione della prospettiva e la resa del chiaroscuro indirizzano
l’artista lungo una strada che è quella dell’illusoria resa fotografica di una corporeità che nulla ha da spartire con l’impalpabilità del Trascendente (l’impalpabilità che l’iconografo d’Oriente rende mantenendosi consapevolmente entro i binari della bidimensionalità e della prospettiva inversa). Emblematico è il caso della rappresentazione del Cristo crocifisso: un ortodosso vi vede «il re», il trionfatore, il vincitore della morte attraverso la morte; un occidentale vi ravvisa solo l’uomo dei dolori, sconfitto, abbandonato dal proprio Padre. In altri termini l’ortodosso partecipa del trionfo insito nella crocifissione, l’occidentale si angoscia e si sente in colpa (e inizia a praticare il culto delle Sacre Piaghe, degli strumenti della passione, ecc.).

Gradualmente l’arte occidentale si spoglia di ogni implicazione liturgica. Umanizza e rende corporee le creature celesti accogliendo la terza dimensione: sotto i loro abiti gli angeli e i santi hanno carne e sangue e il racconto biblico viene usato dall’artista per esplicitare le proprie doti («quando un crocifisso, in forza del suo realismo voluto, colpisce il sistema nervoso, il mistero indicibile della Croce perde la sua potenza segreta, scompare. Quando l’arte dimentica la forza sacra dei simboli e delle presenze e tratta plasticamente i “soggetti religiosi”, il soffio del trascendente non l’attraversa più» scrive Evdokimov alla pagina 90). Insomma l’arte occidentale è splendida, ma non ha alcunché di sacro e i suoi luoghi di culto esprimono soltanto il sentimento religioso di chi li realizza e di chi li frequenta, ma non esprimono la divinità («Si può dire che, misticamente, il Medio Evo si spegne precisamente quando scompaiono gli angeli, quando l’icona cede il posto all’immagine allegorica e didattica e il pensiero indiretto al pensiero diretto. È la fine dell’arte romanica, arte essenzialmente iconografica, ed è qui che l’Occidente si distacca dall’Oriente», p. 173).

Un monaco ortodosso pittore di icone
In simile prospettiva va contestualizzata la simpatia di Evdokimov per l’arte astratta in quanto «sopprime ogni supporto ontologico negando l’oggetto concreto» (p. 95). Simpatia che avrebbero forse condiviso gli iconoclasti, sebbene per motivi diversi: avvezzi a una concezione ritrattistica dell’arte intesa come pura imitazione, essi negavano la possibilità che l’icona potesse contenere la presenza dell’Invisibile in quanto l’Invisibile non sarebbe rappresentabile (in ciò confermando quanto espresso nel Vecchio Testamento e in seno all’Islam). Essi, negando la rappresentabilità dell’Invisibile, negavano il mistero stesso dell’incarnazione. Ma l’icona può rappresentare l’Invisibile in quanto quest’ultimo si è incarnato. E – incarnandosi – si è reso visibile (è del resto l’opinione espressa da Giovanni Damasceno nel trattato «Adversus eos qui sacras imagines abiciunt », PG 94, 1239). Il Cristianesimo appare del resto l'unica confessione secondo cui Dio si è incarnato: dunque non l'uomo ha antropomorfizzato Dio, ma Dio s'è antropomorfizzato da sé. Ancora di più: solo nel cristianesimo Dio si fa, prima ancora che carne, Verbo (motivo che nasce addirittura prima dell'avvento di Cristo: è già nel giudaismo). E basta leggere il testo di qualsiasi Padre dell'Ortodossia per comprendere che soltanto pronunciare la parola «Dio» equivarrebbe a testimoniarne l'essenza e l'esistenza. I testi dei Padri dell’Ortodossia ci forniscono così (se vogliamo portare le riflessioni di Evdokimov alle estreme conseguenze) un’efficace anticipazione di ciò che avrebbero affermato i pragmatisti del linguaggio tanti secoli dopo (pensiamo a Austin e al suo «How to do things with words») e in fondo anche gli strutturalisti. E tutto ciò senza entrare necessariamente nelle pastoie dei vincoli ontologici esistenti fra il significante e il significato nel segno o in quelle del rapporto (necessario o arbitrario che sia) fra il segno e il referente del segno.

Icona del «Trionfo dell'Ortodossia»
L’icona rappresenta dunque la parte visibile dell’Invisibile e va venerata non in quanto essa è l’Invisibile, ma perché ce lo ricorda e a all’Invisibile ci rimanda: in nome, cioè, della sua somiglianza col Prototipo (essa è «deuterótypos del protótypos»). Sulla base di tali assunti, il Concilio di Costantinopoli (843) ristabilì la venerazione delle icone, inaugurando la festa del «Trionfo dell’ortodossia».

Consiglierei la lettura del libro di Evdokimov a chiunque si senta attratto dall'iconografia ortodossa e dalla cultura greco-russa (insieme ovviamente a quella del testo di Sendler).

Ivo Flavio Abela

Dal film «Andrej Rublëv» di Andréj Tarkovskij (1966)


mercoledì 3 aprile 2013

Letteratura contro Storiografia

Una persona oggi mi ha chiesto perché mai io veda una sorta di contrapposizione fra la Letteratura e la Storiografia. Ha aggiunto: «Si tratta in entrambi i casi di interpretazione dei fatti storici [...] La differenza è nella metodologia».

Riporto la mia risposta: «Sono nietzschiano d'animo (dunque contrario all'eccesso di storicizzazione). Uso spesso Guerra e pace come esempio perché credo che Tolstoj abbia spiegato meglio di generazioni di storiografi quale fosse la forza della Russia nello scontro con l'occidente bonapartista-europeo, come e perché l'impresa napoleonica sia fallita, in quale modo la Russia sia riuscita a recuperare il proprio ethos, peraltro sconfessando implicitamente l'occidentalizzazione imposta a partire da Pietro II in poi. Tolstoj vi è riuscito non solo attraverso le lunghissime digressioni dedicate alla guerra, ma anche attraverso quadri di vita familiare, quotidiana (la danza di Nataša per esempio, che ha fornito peraltro a Orlando Figes il destro per studiare la cultura russa "indigena", facendogli partorire un saggio di quasi 600 pagine che ha tutte le caratteristiche di un romanzo: il romanzo della cultura russa dalla fondazione di Pietroburgo fino al 1917 o giù di lì. In fondo Aleksandr Herzen ha fatto lo stesso).

Sir John Everett Millais
              «The Bride of Lammermoor»
Senza andare troppo lontano, Manzoni si è mosso sulla stessa linea con I promessi sposi, che altro non è se non una lunghissima e proletticamente esplicativa introduzione alla Storia della colonna infame: scaltro don Lisander perché ha fatto storiografia camuffata al punto che tutti noi oggi chiamiamo I promessi sposi 'romanzo'. Aggiungiamo Pirandello con I vecchi e i giovani. Ah: anche De Roberto. E voglio mettere in elenco (anche se forzando alquanto le intenzioni dell'autore) pure Tomasi di Lampedusa, sebbene non si ponesse certo ansie "storicizzanti". E potremmo andare avanti a lungo.

Insomma dalla Letteratura s'impara forse più che dalla Storiografia. Cambia la metodologia: certo. Ed è già tanto. Ma cambia la testualità (che implica la scelta della metodologia in quanto l'adozione di una metodologia discende direttamente dalla testualità adottata). Del resto la Letteratura cura chi la pratica (chi la pratica leggendo, scrivendo, studiando: amandola), eleva, sublima, e agli occhi di chi la pratica rende inconsistente e invisibile la meschinità del mondo e dell'uomo-animale».

Ivo Flavio Abela

domenica 23 settembre 2012

«Ed ebbero la luna» di Alessandro Damiani. Potrà mai l'uomo ritrovare se stesso?


Homo sum. Humani nihil a me alienum puto
Terenzio, Heautontimorumenos, 77

Alessandro Damiani, calabrese di nascita, trasferitosi a Fiume nel dopoguerra, ha insegnato Giornalismo all’Università di Pola e al Liceo di Fiume, ha lavorato per il Dramma Italiano, ha pubblicato sillogi poetiche, drammi, romanzi e saggi. È penna rispettosissima della norma linguistica italiana più di quanto lo siano i giornalisti e gli scrittori che non hanno mai lasciato l’Italia. È capace di creare una prosa fluida, elegante, a tratti anacronisticamente snob e aulica, sebbene sorga nel lettore esperto il sospetto che l’autore usi talvolta operativamente tale linguaggio per fare sottilmente emergere la propria ironia.

Ed ebbero la luna fu pubblicato nel 1980. Fu poi riedito nel 2009 all’interno della collana Altre Lettere Italiane (Collana degli autori italiani dell’Istria e del Quarnero) da Edit Libri (chi scrive ha avuto il privilegio di riceverne – graditissimo omaggio – un esemplare dal figlio dell’autore). Non è certo un libro da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone a causa della quantità di riflessione in esso riversata. Era stato composto mentre imperava un disorientamento storico-ideologico che covava da tempo, complice la perversa idea sottesa al cosiddetto compromesso storico: l’accordo suicida fra il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, fortemente voluto dall’eurocomunista Enrico Berlinguer. «Ma già avevano fatto irruzione nuove forme di lotta civile, che coniugavano Marx con Cristo, precise nelle motivazioni e altrettanto convinte della necessità di rottura con esemplificazioni clamorose e richieste radicali. Lo “scandalo” del Vangelo fattosi laico» scrive del resto l’autore. Berlinguer era convinto che rivendicare l’indipendenza ideologica dei comunisti italiani dai propri compagni russi sarebbe stato sufficiente per un rilancio del PCI non solo in Italia, ma anche in quell’Europa che aveva guardato con preoccupazione al franchismo iberico. E così, facendosi attore di un patto talmente bizzarro, Berlinguer non solo sconfessava i valori della linea comunista ortodossa, ma riusciva anche a corrompere i cattolici andreottiani in nome del potere (che notoriamente «logora chi non ce l’ha»). E i risultati sono ancora oggi sotto gli occhi di tutti gli italiani e sono duri a morire, se è vero che certe più o meno tacite alleanze ideologico-confessionali continuano ad essere reiterate e s’incarnano in mostruose figure politiche che diventano ogni giorno «sempre più belle che intelligenti» o che promettono minchionescamente – l’avverbio è qui usato in accezione letterariamente manzoniana – di mantenersi illibate, quasi l’astensione dal sesso fosse un programma politico.

Il disorientamento storico-ideologico degli anni di piombo sarebbe esploso più che mai in seguito al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro. La responsabilità sarebbe ricaduta sul Governo italiano, accusato di non avere tentato tutto il possibile per salvare lo statista. E se pure Paolo VI rimase sconvolto dalla notizia della tragica fine di uno dei suoi amici storici (nel corso dei funerali di Moro, avrebbe rivolto a Dio parole inattese: «Tu non hai esaudito la nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro»), Leonardo Sciascia, inascoltato da tutti fuorché dai Radicali, certo delle colpe del governo italiano, cercò giustizia nella Letteratura (sempre pietosa e pronta a risarcire), componendo L’affaire Moro, dal momento che la Storia e la politica gli si erano rivelate ingiuste e sanguinarie quanto mai in quel drammatico frangente.

Il primo dei cinque racconti – I dannati dell'utopia – che costituiscono (insieme ad un Epilogo) Ed ebbero la luna è fortemente legato alla delusione conseguente al fallimento dell’utopia incarnata nella lotta. Proprio nei giorni in cui la notizia del sequestro di Aldo Moro rotola da un notiziario all’altro, Roberto, figlio di un magistrato tutto d’un pezzo, si reca a Roma: Maurizio, un terrorista, gli ha consigliato di andarvi per parlare con Luca, un pezzo grosso (probabilmente) del terrorismo. Ma Luca non si trova (né se lo si chiama per telefono, né se lo si va a cercare a casa). Roberto rinuncia dunque a diventare un terrorista e torna a Milano, anche a causa del peggioramento delle condizioni di salute della madre. Mentre il padre è assente, gli capita di ritrovarsi a parlare con l’amico Ugo che è un giovane magistrato. Ugo è convinto del fatto che lo Stato s’identifichi con il complesso di leggi che lo regola. Presto Ugo rimane vittima di un attentato terroristico. Viene arrestata Gabriella, sorella di Roberto, con grande sgomento del padre e dello stesso Roberto che decide di indagare e di sapere se la sorella sia realmente coinvolta nell’uccisione di Ugo o se il suo arresto sia stato pilotato soltanto per tentare di increspare l’immagine di integrità del padre magistrato. Perciò va a trovarla in carcere. Durante il colloquio con lei, Roberto comprende che la sorella non è stata arrestata senza motivo e ottiene elementi che lo portano a temere di potere egli stesso essere arrestato. Non gli rimane che la fuga. Inizia una vera e propria odissea che si sviluppa attraverso i racconti successivi: l’odissea che il “dannato” Roberto deve vivere per trovare un’identità, una volta riconvertitosi in etnologo (il lettore esperto comprende che egli rimane protagonista dei racconti seguenti, sebbene non più indicato col nome di Roberto).

Il giovane vive dunque avventure ai limiti del verosimile in una geografia inizialmente orientale che fa pensare alle quinte sceniche, alle atmosfere militarmente un po’ hemingwayane, ai colori, ai profumi, ai luoghi oleograficamente dipinti in certi “titoli” della metà del secolo scorso: a un classico della Letteratura sentimentale e un po’ patinata come Sayonara o l’amore impossibile di James Michener, a un prodotto cinematografico un po’ strappalacrime come L’amore è una cosa meravigliosa, diretto da Henry King nel 1955, ancora – se si vuole risalire di qualche anno – a un altro film “epocale” come Anna e il re del Siam, diretto da John Cromwell nel 1946, solo per fare qualche esempio. E già, calcando idealmente simili esotici palcoscenici, si ha la sensazione che Damiani voglia dilatare le coordinate spazio-temporali, facendo regredire il lettore di un abbondante trentennio rispetto all’epoca dell’assassinio di Moro: l’atmosfera delle pagine immediatamente seguenti il primo racconto sembra più da Secondo Conflitto internazionale che da anni di piombo espressamente nazionali. In realtà Damiani, man mano che procede nella narrazione, tende sempre più a sfaldare in particolare la dimensione cronologica per mettere maggiormente a fuoco ciò che potrà salvare Roberto: il recupero della propria natura di essere umano.

L’odissea del protagonista – non a caso – si sposta poi nell’alveo di una geografia più occidentale dalla quale la stragrande maggioranza del genere umano sembra essere scomparsa a causa di eventi dai risvolti apocalittici. Subentrano allora desolati paesaggi (presuntamente istriani) da The day after che si alternano a bucolici quadri di vita rurale (sorta di idilli dal sapore alessandrino). Si profila così l’incitamento – da parte dell’autore – a recuperare uno stato ontologico in cui l’uomo possa bastare a se stesso, a ricreare un mondo in cui il senso dell’esistenza si incarni anche in una ritualità di azioni (come quella quotidiana e stagionale di chi dalla terra trae tutto il proprio sostentamento materiale). La terra assume il ruolo di un enorme grembo materno cui fare ritorno non certo per regredire infantilmente a una condizione prenatale, ma per ritrovare se stessi (difficilmente i vincoli morfo-etimologici che legano fra loro tre parole latine – humanitas, homo e humus – potrebbero risultare più chiari, se si tiene presente ciò che scrive Damiani). Perché un grande errore ha compiuto l’uomo: ha voluto la luna. Una volta ottenutala, ne è rimasto deluso: «A stroncare l’uomo non è stata la difficoltà di attuare i suoi sogni, ma la scoperta di averli raggiunti. Quasi non sapesse che farne».

Negli stessi anni in cui Damiani scriveva Ed ebbero la luna, il filosofo francese Jean-François Lyotard rifletteva sul venir meno delle grandi narrazioni metafisiche (una delle quali – guarda caso – era proprio il marxismo) e sulla necessità di ideare criteri che permettessero all’uomo di interpretare ed elaborare una realtà ormai ridotta in frammenti. Lyotard analizzava tale realtà alla luce di una categoria che sarebbe diventata un inflazionato tormentone (lo è ancora oggi): la postmodernità (relativamente alla quale chi scrive il presente testo ha sempre mantenuto un atteggiamento distaccato, come si può evincere da un post già pubblicato su questo stesso blog: http://ivoflavio-abela.blogspot.it/2011/02/linflazione-del-postmoderno.html. Ed è un piacere notare come anche Edward Docx voglia fare piazza pulita del postmoderno: http://temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/). Damiani sembra contrapporsi a Lyotard quantomeno perché ipotizza un metodo attraverso cui ritrovare se stessi. Il protagonista approda presso la casa di un vecchio. Il vecchio – sorta di nuovo Alcinoo che ha imparato a lavorare la terra e a occuparsi del bestiame, rendendosi autosufficiente; inizialmente sfingico, enigmatico, freddo anche nell’offrire le proprie pazienti e generose cure all’etnologo Roberto, da lui ritrovato privo di sensi e ferito in seguito ad un incidente aereo – è in verità un venerando saggio. Presso la sua “corte” rurale il novello Odisseo narra il proprio vissuto liberandosene gradualmente. E il vecchio ricambia narrando il proprio. In un simile scambio di umanità veicolate dalle parole si esprimono il senso vero (e in fondo ottimistico) di questo libro e la risposta di Damiani a Lyotard: un nuovo umanesimo potrà salvare l’uomo. A condizione però che l'uomo stesso voglia realizzarlo. Sarà possibile?

Ivo Flavio Abela

Raffaello, «La Scuola di Atene», 1509-1510
Stanza della Segnatura, Città del Vaticano

lunedì 10 settembre 2012

«Finistoriae» di Annalisa Montironi. Quando, nel 1870, finì ogni storia. Anche quelle fissate nella pietra


Finistoriae di Annalisa Montironi (edito da Prova D’Autore nell’ormai lontano 2004): ecco un romanzo in cui marmi, pietre, antichità romane – testimonianze materiali di un passato mummificato, misterioso, angosciante, oscuro, ridotto allo stremo della resistenza fisica – sono esseri animati. Vivono e respirano immotamente, rimproverano, giudicano, condannano. Un romanzo in cui l’essere umano si tramuta in spazio fisico e architettonico, in edificio lapideo, subendo una metamorfosi classicamente mitologica («In principio l’amata era come la piazza davanti a San Pietro». Poi diviene «arco marmoreo, immenso, disteso nel cielo sopra campagna e colli»).

Dopo alcuni mesi di permanenza a Roma, Ignazio Dalla Francia è costretto a ritornare nel proprio paese d’origine, Giredo, nel 1870, mentre lo Stato Pontificio di Pio IX sta cedendo alla piena dei bersaglieri sabaudi e deve rassegnarsi, come già dieci anni prima il Regno delle Due Sicilie, ad essere annesso al Regno d’Italia. Ignazio vive perennemente schiacciato dal peso secolare di un casato presuntamente prestigioso. Il peso diventa insostenibile quando decide di sposare Augusta, una giovanne donna appartenente a una famiglia decaduta, che il granitico e integerrimo padre di Ignazio, cioè Odoardo Dalla Francia, cavaliere dell’Ordine di San Gregorio Magno, governatore di Giredo e Acquasparta, fedele collaboratore del papa, forse non accetterebbe mai come nuora. Finché soggiorna a Roma, Ignazio immagina e narra a se stesso e ad Augusta storie che gli consentono di alleggerire la zavorra di ciò che è stato. Ma a Giredo il passato si palesa in tutta la sua crudezza e lo accusa di mediocrità: «L’edificio s’innalza a rimproverare me, ultimo Dalla Francia, dell’incapacità di vita che manifesto ogni giorno».

Caravaggio, Medusa, Firenze, Galleria degli Uffizi
E così Ignazio decide di ricostruire la storia del suo casato per scoprire inediti orizzonti ermeneutici tali da consentirgli di reinterpretare il senso della propria vita. S’imbatte prima in un fascicolo di lettere alludenti al progetto di un’opera erudita, districandosi fra nomi vagamente parlanti (Teichicrate) e isidoriani dettagli alessandrinamente eziologici (Stainpace). Quindi nell’immagine inafferrabile di una donna che appare fra i flutti: il pensiero corre alle sirene di certa letteratura. Ma questa sirena è simbolo di morte cruda e pronta a ghermire, diversa dunque da quella che s’accampa sulle profondità marine e nelle pagine di «La verità sul caso Motta» di Mario Soldati. Diversa anche dalla Lighea tomasiana (poi trasfusa e trasfigurata nella Venere gattopardesca e nella giovane in abito da viaggio che verrà a prendere il principe Fabrizio Salina). Altra cosa insomma rispetto alle sirene che sono il massimo erotico cui l’uomo letterariamente aspira, l’eterno premio concesso all’uomo frustrato dalla necessità di vivere nel disagio, nel disadattamento, nel dolore: il simbolo subliminale della morte felice e serenatrice incosciamente vagheggiata.

Le indagini di Ignazio proseguono. Ed egli decide di narrare la storia del proprio casato seguendo lo snocciolarsi, sotto i propri occhi, dell’albero genealogico di famiglia. Ignazio lo ripercorre avo dopo avo, confidando ciecamente (così almeno sembra al lettore) nelle capacità terapeutico-risarcitorie della letteratura.

Ancora pietre. Anzi pietre, mattoni e modifiche architettoniche alla struttura della residenza di una famiglia i cui membri più antichi hanno tentato tutto pur di insabbiare il loro originario rango di artigiani dell’oro (che avrebbe procurato loro solo il rispetto della locale minutaglia e non certo dell’aristocrazia di Giredo). Talora gli avi vengono subito identificati sulla base delle modifiche architettoniche da ciascuno di loro apportate alla residenza familiare. Non dunque sulla base di azioni concrete che finiscono per essere marginali, se non esornative (più volte caratterizzate, del resto, dalla disonorevole pratica dell’usura), quasi nella modifica architettonica, nella disposizione di una nuova pietra, si fissasse a fuoco il senso vero della condotta dell’uomo. In tali pagine aleggia a tratti una vaga atmosfera ora da croniniano «Castello del cappellaio», ora da ventisettana manzoniana, ora da feuilleton dai risvolti a tratti noir, a tratti decisamente gotici.

Ma quando la condotta di un avo genera delitto e morte la pietra viene abbandonata: sono sufficienti un piano di calpestio semplicemente battuto e non mattonato, una cassa dalle assi grezze, i semplici prodotti dell’orto per occultare (ma con quale risultato?) la morte operata o indotta. Perché delitto e morte devono rimanere al fianco dell’assassino: ne saranno i carcerieri. E poi perché un giorno essi dovranno riemergere a deturpare l’immagine del casato.

Giuseppe De Luca nei panni del verdiano Rigoletto
Non sembra inutile citare in particolare due avi di Ignazio: Filippo e Vincenzo. Nel primo la passione per l’antico (smodata e ossessiva al punto da costringerlo a lavorare l’argilla, cercando di realizzare perfetti buccheri) schiaccia e annichilisce la sfera affettiva: Filippo non riesce ad assolvere al ruolo di padre e si uccide proprio per far sì che suo figlio non debba amare un essere come lui. Il secondo, il figlio che Filippo ha voluto rendere orfano uccidendosi, subisce un destino che è «geometria divina che rende la sua vita [...] somigliante a quella del padre, e morta, come quella, ai sensi comuni» (corsivo mio. N.d.r.): muore sua figlia. Eppure proprio a lui sembra essere riconosciuta la capacità di compiere azioni rette, se è vero che per sua iniziativa vengono eseguiti «grandiosi lavori di sistemazione in mattoni rossi che ancor oggi alleggeriscono la corte, le logge e gli archi dai quali così dolce è ammirare il gran monte incombente, e il graziosissimo pozzo nuovo, incassato nel pilastro presso la cappella».

Se i marmi, le pietre, i mattoni possiedono proprietà talmente singolari, vivono e respirano, si ritagliano un ruolo protagonistico, chi riesce a maneggiarli, scolpirli, combinarli, non è da meno: lo scalpellino è una sorta di alchimista depositario di un potere occulto. Tale è l’«artigiano deforme» e sporco, dallo «sguardo impudico» e dalla «natura stregonesca», che si rivolta contro il signorile e giusto Vincenzo, colpito dalla maledizione dello stesso scalpellino-stregone solo per avere preteso onestà e garbo: l’innocente figlia di Vincenzo annegherà in un pozzo. Sembra la rivincita dello hughiano Triboulet o del verdiano Rigoletto, se si vuole («Ah! La maledizione!»).

Papa Pio IX
Ricostruite le vicende del casato, con Ignazio la storia (ogni storia) finisce dopo un’ultimo picco rappresentato dalla tenacia, dall’integrità, dalla lapidea coerenza del padre Odoardo. Quest’ultimo rifiuta fieramente di continuare a mantenere anche sotto il Re sabaudo l’incarico di governatore che ha detenuto sotto Pio IX (non diversamente da quanto aveva fatto l’ultimo dei Gattopardi, il principe Fabrizio Salina, rifiutando la proposta sabauda a lui pervenuta tramite Chevalley). E se nel romanzo tomasiano la forza e la memoria del casato vengono cancellate definitivamente da Concetta Salina, allorché quest’ultima lancia dalla finestra ciò che rimane della carcassa di un Bendicò da anni imbalsamato e roso dai tarli, qui «la forza della stirpe» si esaurisce per consunzione con Ignazio, figlio di un essere gattopardesco quanto il Fabrizio di Tomasi. Concetta e Ignazio sono entrambi figli degli ultimi rappresentanti di un mondo travolto da Garibaldi, dai Savoia, dall’Italia unita. Ma se la forza d’animo, la determinazione, la tempra felina consentono a Concetta di sbarazzarsi del casato per motivi oggettivi e senza alcun senso di colpa, la stirpe muore in Ignazio a causa dei suoi mali soggettivi ed esistenziali, a curare i quali – non a caso – vengono invocati l’amore coniugale di Antonia e quello dei figli che i due un giorno avranno. I Dalla Francia si ritirano dal nuovo mondo e si chiudono nell’alveo – borghese, ma rassicurante e sereno – di un focolare domestico: Ignazio non è il derobertiano Consalvo.

Finistoriae è un romanzo inattuale per materia, registro linguistico (tanti aulicismi), anacronistici stilemi da letteratura d’altri tempi, ampie concessioni al genere epistolare. Tanto inattuale da risultare originale in quanto celebrazione estetica di una forma che torna finalmente a ricomporsi in un nitore fin troppo oltraggiato dai tanti – spesso gratuiti e inutili - sperimentalismi letterari odierni.

Ivo Flavio Abela